Continua la settimana in onore della Giornata Internazionale delle donne con il secondo appuntamento di #8Marzo24live. Con le donne, per le donne.
Le protagoniste di oggi sono due giovanissime donne di scienza, che erano balzate agli onori della cronaca – non solo locale – per i loro ultimi successi. Si tratta di Angelica Damore ed Enrica Pellegrino.
L’intervista
L’anno di pandemia, un anno sicuramente difficile, ma altrettanto bello e da ricordare soprattutto per il tuo traguardo raggiunto. Come l’hai vissuto? Qual è stata l’emozione più forte o il più grande nodo alla gola da mandar giù?
Angelica: Il 2020 è stato un anno “intenso”, pieno di cambiamenti e di traguardi raggiunti. Tra le emozioni più forti vissute sicuramente il conseguimento del titolo di Dottore di Ricerca in Medicina Molecolare, a coronare il lungo percorso accademico fin qui affrontato. Anche se – piccolo nodo in gola – non ho potuto condividere questa emozione con la mia famiglia e con gli amici di sempre a causa della pandemia che mi ha “bloccata” negli Stati Uniti. Questa permanenza forzata, però, mi ha permesso di legare con altri italiani a Boston e di rivivere e riscoprire l’importanza di valori quali l’amicizia e la famiglia.
Enrica: Un anno difficilmente dimenticabile. Un anno in cui ho ottenuto il titolo di Dottore in Medicina Molecolare. Un anno in cui si parla finalmente di scienza in TV, un anno in cui si pensa a dare più valore alla ricerca, quale valida speranza in un momento di crisi. Un anno in cui abbiamo sicuramente rivalutato lo “spazio e il tempo”, un anno in cui abbiamo ridato peso alle cose più scontate, alla nostra routine. Un anno in cui tutto sembra essersi fermato e non avere più lo stesso sapore; un anno che, tuttavia, mi ha anche regalato nuove gioie.
A cosa stai lavorando adesso e dove vivi? Quali sono i tuoi progetti di carriera?
Angelica: Vivo a Boston da due anni ormai e lavoro come postdoc presso il Sahin Lab al Boston Children’s Hospital/Harvard Medical School. Mi occupo di neurobiologia da 4 anni a questa parte, in particolare di una forma molto rara ad esordio infantile di paraparesi spastica, detta AP4-HSP-Deficiency. Il mio progetto principale prevede la generazione e caratterizzazione di un modello in-vivo di questa malattia da impiegare in grossi drug screenings, alla ricerca di un farmaco che possa migliorare la vita di questi bambini, che purtroppo in media non raggiungono l’età adulta. Per rispondere alla seconda domanda, direi di non avere un “progetto di carriera” ma che è stato tutto una evoluzione naturale. Mi spiego meglio: se mi avessero detto 3 anni fa dove sarei stata oggi, non ci avrei creduto. Ciò di cui sono certa è che non voglio rinunciare alla Ricerca e questo l’ho capito giorno dopo giorno, così come l’amore per il lavoro che faccio al momento e che mi regala tante soddisfazioni e quindi spero che questo duri il più a lungo possibile.
Enrica: Dopo aver ottenuto il mio dottorato di ricerca in Italia, ho continuato il mio percorso formativo qui, a Londra, al The Francis Crick Institute. In questo periodo il mio progetto di ricerca è focalizzato sullo studio della tubercolosi, un’altra importante malattia infettiva. Ogni anno, circa 1,5 milioni di persone muoiono a causa di questa patologia; tuttavia, considerando i paesi in cui questa malattia ha la maggiore incidenza, non è purtroppo una sorpresa che i fondi e le risorse spese dalla comunità internazionale siano esigui. Nonostante questa limitatezza, ogni giorno i ricercatori in tutto il mondo cercano di trovare possibili spiegazioni e cure per diverse patologie, anche se queste ultime hanno poco impatto sociale ed economico nei nostri paesi. Così, grazie alle skills di gene editing, ottenute durante il mio periodo in USA, lavoro per ricreare in vitro (in laboratorio) modelli di interazione tra cellule umane e il batterio della tubercolosi, al fine di studiarne i meccanismi biologici alla base.
Da poco si è celebrato il Women in Science Day e tra poco si celebrerà la Giornata Internazionale della donna e ancora troppo marcato è il gender gap. Che ne pensi a riguardo? Ci sono dei momenti in cui lo vivi in prima persona?
Angelica: Al Boston Children’s Hospital per il secondo anno consecutivo ho partecipato all’iniziativa per celebrare “le donne nella scienza” ed ogni volta è stata una emozione. Se dovessi azzardare, direi che negli Stati Uniti il gender gap non è così marcato come può esserlo in altre parti del mondo e per fortuna non mi sono mai sentita “discriminata” a lavoro perché donna. Lo stesso vale per le passate esperienze lavorative che ho avuto in Italia. L’8 Marzo ha un importante significato storico e sociale che oggi spesso non viene ricordato. In generale direi che è simbolo delle tante lotte che le donne nel corso della storia hanno dovuto affrontare per il riconoscimento dei pari diritti, anche se ancora oggi esistono delle discriminazioni sessiste. Per me, è un reminder di quello che le donne sono riuscite a conquistare e di quanto forti e caparbie possiamo essere.
Enrica: Il Women in Science Day resta ad oggi un tentativo infruttuoso di eliminare il gender gap in un contesto lavorativo dove, nonostante la presenza delle donne risulti quasi maggioritaria, continuano ad esistere differenze sostanziali di trattamento. La differenza salariale è solo la punta dell’iceberg di un sistema in cui le scienziate sono costrette a sfide giornaliere per vedere riconosciuti i propri risultati. In un ambiente che viene reputato da molti come all’avanguardia, troppi sono i casi in cui brillanti scienziate raggiungono risultati inferiori a quelli dei colleghi maschi senza motivazioni scientifiche; molti sono gli istituti di ricerca dove giovani madri non vengono supportate come dovrebbero; sono, dunque, costrette ad arrestarsi e a non progredire in settori (come quello della ricerca medica) altamente competitivi e in costante sviluppo. “Le donne hanno sempre dovuto lottare doppiamente. Hanno sempre dovuto portare due pesi, quello privato e quello sociale. Le donne sono la colonna vertebrale delle società.” – userei le parole di Rita Levi Montalcini se dovessi esprimere il mio pensiero su queste due ricorrenze.
Com’è nato l’amore per la disciplina in cui ti sei specializzata?
Angelica: La mia relazione con la Neurobiologia è nata “per caso” e il corso di Dottorato è quello che ci ha fatte “incontrare”. Grazie al mio mentore in Italia, il professor Santorelli, ho avuto modo di approcciarmi alle Paraparesi Spastiche Ereditarie e alla Neurogenetica e da lì approfondire gli aspetti neurobiologici di una forma in particolare, la AP4-HSP-Deficiency. Questo ha aperto le porte alla collaborazione con il Dr. Ebrahimi-Fakhari a Boston e mi ha portata dove sono oggi. È un campo affascinante e in continua espansione ed evoluzione e c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare.
Enrica: Durante il mio percorso di studi, iniziato con il corso triennale in Biotecnologie, ho coltivato il mio interesse per le tecniche di gene editing. Ad oggi, è possibile modificare diversi tipi cellulari al fine di ricreare mutazioni e condizioni tipiche di una patologia. Questo ha un enorme potenziale nel campo della ricerca medica: grazie ai modelli in vitro è possibile studiare le cause e i fenomeni biologici alla base della patologia e al contempo trovare una cura, tramite screening di farmaci, mirata alla patologia oggetto di studio. Inoltre, ho anche esteso la mia passione al campo delle cellule staminali, cellule non ancora differenziate (che, cioè, non sono ancora specializzate ad essere un particolare tipo cellulare), e quindi in grado di diventare, sotto particolari stimoli, cellule specializzate (esempio: neuroni, cellule del cuore, della pelle, del fegato, del pancreas…). L’unione dell’editing genetico con l’uso delle cellule staminali apre la strada ad un mondo … ancora da scoprire.
Come ti sei appassionata alla scienza?
Angelica: Ricordo che quando da bambina mi chiedevano cosa volessi fare da grande, ho avuto una fase in cui prontamente rispondevo “la scienziata!”. Sono sempre stata curiosa e penso questo abbia favorito una propensione verso le materie scientifiche sin dalle scuole medie e da lì è stato un po’ uno scoprirmi appassionata a certi settori rispetto ad altri e, durante il corso di laurea triennale in Biotecnologie, ho definitivamente capito che stavo seguendo la strada giusta.
Enrica: Sono sempre stata affascinata da questo mondo, tuttavia, prima degli anni universitari, non ho avuto gli strumenti per conoscerlo fino in fondo. Soltanto durante i primi anni di studi è esplosa la mia passione per la ricerca. Provo un po’ di rammarico per essermi avvicinata tardi, secondo gli standard internazionali, a questa realtà. Infatti, vivendo in altri paesi, mi sono accorta del differente approccio alla scienza: per es, esperienze in laboratorio vengano fatte fin dalle scuole elementari. In tal modo, si realizza, secondo me, il connubio perfetto: la curiosità di un bambino d’innanzi ad un mondo tutto da esplorare.
C’è qualcosa che vuoi dire a chi vorrebbe intraprendere la ‘via della scienza’?
Angelica: Se dovessi dar dei consigli a qualcuno che vuole intraprendere la via della scienza direi che non bisogna mai scoraggiarsi, anche quando sembra che le cose non vadano come sperato. Essere tenaci, non vacillare davanti ai fallimenti ma farne tesoro. In Italia la situazione “ricerca” è più difficile, probabilmente, ma non mollare mai è l’unico modo per riuscirci e anche sapersi re-inventare, se necessario, può sicuramente tornare utile. Wernher von Braun disse: “Research is what I’m doing when I don’t know what I’m doing” e penso che questo sia un buon mantra a cui fare riferimento.
Enrica: Penso che “la via della scienza” sia uno dei modi per spendere al meglio la vita al servizio delle persone, di quelle di ieri, di oggi e di domani.
Angelica Damore nasce a Barcellona P.G. (ME) il 01/09/1991 e dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Biotecnologie per La Salute con votazione 110/110 e Lode presso l’Università di Messina nel 2015 lascia la Sicilia per seguire il corso di Dottorato di Ricerca in Medicina Molecolare presso l’Università di Siena, in collaborazione con l’IRCCS Fondazione Stella Maris di Pisa. Da Marzo 2019 a Marzo 2020 Angelica completa la sua tesi di Dottorato presso il Boston Children’s Hospital (BCH) con il Dr.Darius Ebrahimi-Fakhari nel dipartimento di Neurobiologia, conseguendo il titolo nell’Aprile 2020 con votazione finale eccellente. Da Aprile 2020, lavora come Postdoctoral Research Fellow presso il Sahin Lab al BCH in collaborazione con la Harvard Medical School.
Sono Enrica Pellegrino e sono nata il 26/11/1992 a Barcellona Pozzo di Gotto. Sono cresciuta nella mia città natale, circondata dall’affetto della mia splendida famiglia. Nel corso della mia adolescenza, ho condiviso con amici sinceri i miei studi accademici e musicali. Terminata la maturità classica, ho voluto che i miei studi proseguissero nella mia terra; così, ho scelto di intraprendere il percorso universitario presso l’ateneo messinese. Ho sempre sognato di poter dare il mio contributo nel campo medico e in quello della ricerca scientifica e, grazie all’irragionevole modalità italiana di selezionare i futuri studenti di medicina, ho iniziato a frequentare il corso di Biotecnologie. Soltanto durante gli anni universitari ho avuto la certezza di trovarmi nel posto giusto e ho rivalutato questo percorso formativo, del quale all’inizio non coglievo le potenzialità, data anche la superficiale attività di orientamento pre-universitario. Dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Biotecnologie per La Salute nel 2015, ho provato ad accedere ad un dottorato nello stesso ateneo messinese ma, per logiche interne, quell’anno lì non c’era un posto per me. Costretta a lasciare la Sicilia, ho iniziato il corso di Dottorato di Ricerca in Medicina Molecolare presso l’Università di Siena, in collaborazione con il Dipartimenti di Biologia dell’Università di Pisa. Per fortuna, il corso degli eventi mi ha poi regalato esperienze che mi hanno arricchito non soltanto dal punto di vista professionale, ma anche e soprattutto da quello personale. Ho avuto modo di completare la mia tesi di dottorato presso The Jackson Laboratory in Farmington (Connecticut, USA), sotto la supervisione del Professor William Skarnes. L’aver trascorso un periodo così lungo in un paese talmente diverso dall’Italia mi ha dato modo di ampliare i miei orizzonti: ho conosciuto culture, modi di vivere e di pensare che non avevo neanche immaginato; tutto ciò, mi ha permesso di rivalutare le mie origini, le mie priorità e convinzioni.
















