La storia di Carlo Meucci, figlio di Antonio, vissuto a Tindari e Barcellona. Il ritrovamento della foto

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La vicenda di Carlo Meucci, da tutti ritenuto il figlio di  Antonio Meucci (1808-1889), inventore del telefono, vissuto lungamente a Tindari, in provincia di Messina, dopo essere nato a New York nel 1872, è ancora, nonostante tutto, poco conosciuta, e considerata quasi una leggenda metropolitana. Nel 2016, per fare il punto delle ricerche, il giornalista di Gioiosa Marea Mimmo Mòllica pubblicò un libro, Meucci il figlio del… telefono mendicante a Tindari, (Armenio Editore). Nel libro, ben documentato, Mòllica afferma con certezza che il Carlo Meucci, vissuto a Tindari (ma brevemente anche a Barcellona Pozzo di Gotto, ne parleremo più avanti), era il figlio del grande inventore.

Per quanto la sua data di nascita oscilli tra il 3 e il 4 novembre 1872, su tutti i documenti rilasciati dai Comuni siciliani dove Carlo Meucci abitò e fu registrato anagraficamente risulta essere figlio di Antonino Meucci ed Ester Mochi, vale a dire dell’inventore del telefono e della costumista del Teatro La Pergola di Firenze che Antonio Meucci sposò il 7 agosto 1834. Carlo in America rischiava d’essere rapito dalla Mano Nera, e per questo motivo il padre volle affidarlo a una donna calabrese perché lo portasse in Italia.

Carlo Meucci, afferma Mimmo Mòllica,  fu migrante, naufrago e figlio scomodo, in un momento della storia dell’umanità fortemente segnato dalle migrazioni in cui “quella dell’identità non è una questione di secondaria importanza”, al di là del diritto all’identità stessa che mai cesserà d’essere questione di fondamentale importanza per l’essere umano e per la stessa società. Il diritto all’onore, al decoro, alla reputazione, sono valori della persona tutelati dalla legge. Carlo Meucci risulta essersi sposato a Venezia nel 1921, con Preghieri o Preghiera Anna, ovvero con Pugliese Anna o Marianna, come in data 15 gennaio 2016 il Comune di Marsala (TP) ha certificato, su richiesta di Mimmo Mòllica, e come altri uffici anagrafici comunali analogamente hanno attestato. Ma ci sono di mezzo tante peripezie, le difficoltà dei tempi, l’emigrazione e l’immigrazione, il naufragio mentre Carlo tornava in Italia dall’America, dove era andato a cercare il padre, scoprendo che era già morto, così come la madre.

Carlo stabilì la sua residenza in Sicilia, tra Mazara del Vallo, Marsala, Barcellona Pozzo di Gotto, Sant’Agata Militello e Tindari. Proprio in quest’ultimo luogo, dove era già stato nelle sue peregrinazioni di ambulante,  si mise a sedere sulla scalinata del Santuario della Madonna Nera, tra gente semplice e accogliente, gente che non aveva forse mai sentito parlare di Antonio Meucci e dell’invenzione rubata, quella del telefono. A Tindari, Carlo Meucci sentì d’essere arrivato: costruì alla meglio una baracca di legno e lamiere e sopra, con pennello e vernice scrisse “Al piccolo bazar di Carlo”. Morirà all’Ospedale Civile di Patti  il 19 giugno del 1966 e sarà seppellito nel cimitero di Patti. Il loculo di sepoltura è stato rintracciato da Mollica, riscontrando che la lapide  si era staccata frammentandosi a terra, ma riuscendo a recuperare la foto ceramizzata.

Relativamente alla sua presenza a Barcellona, all’Ufficio di Stato Civile della città  risulta: “Meucci Carlo, di Antonino e di Magrì Ester, nato a New York il 3 Novembre 1872, coniugato a Venezia nel 1921 con Preghiere Anna, professione commerciante, è stato iscritto nell’Anagrafe del Comune di Barcellona Pozzo di Gotto (Me) il 27 settembre 1941 con abitazione in via Risorgimento, n. 57. È stato eliminato dal registro della Popolazione il 3 giugno 1942 per emigrazione nel Comune di S. Agata Militello”.

Il libro ebbe varie presentazioni anche a Barcellona, con echi sulla stampa locale. Ne parlai su una testata on-line, e se ne occupò anche questa testata. Una delle presentazioni, che seguimmo personalmente (per Messinaweb.eu), avvenne  all’Università della Terza Età, il 1° aprile del 2017, presente l’autore. In quell’occasione la professoressa Caterina Isgrò portò la sua testimonianza personale, ricordando che suo padre era sarto e girava per i mercati della provincia,  incontrò Carlo Meucci su un marciapiede a S. Agata Militello. Lo rifocillò  e iniziò un’amicizia che lo portò qui a Barcellona, dove spesso era suo ospite a pranzo. “Era gentile, affabile con i bambini, che passavano lunghe serate ad ascoltarlo. Non era analfabeta, come si legge in alcuni testi su di lui, parlava bene. Mio padre – ha proseguito Caterina Isgrò –  interessò Emilio Isgrò, che allora lavorava al Gazzettino di Venezia, per scrivere un articolo che fu poi pubblicato”.  Un articolo apparve successivamente anche sulla Gazzetta del Sud del 17 febbraio 2012, scritto da Carlo D’Arrigo, col titolo: “Meucci, inventore del telefono. Suo figlio, ambulante a Tindari”. Anche altri giornalisti si occuparono di questa vicenda, come Melo Freni e soprattutto Giuseppe Quatriglio, del Giornale di Sicilia, che lo intervistò.