Festa di San Sebastiano tra i ricordi nostalgici di una tradizione sospesa

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20 Gennaio: è il giorno in cui nella mia città, Barcellona Pozzo di Gotto, si onora il patrono San Sebastiano. Detto così sembra una notizia da almanacco, dato che ogni giorno c’è un Santo patrono da qualche parte, in qualche città o paese di tradizione cattolica. Ma si sa, ogni Santo è speciale per la città che lo ha eletto protettore della gente e da noi San Sebastiano Martire non sfugge alla devozione di moltissimi fedeli. Alla Fede riconfermata al Santo, ogni anno si mischia anche qualcos’altro che ha sapore, che ha colore, che ha profumo, che mescola il presente col passato, che a tratti facilita la fuga dalla realtà per ricondurre al tempo che fu. Sì, questa festa è anche ricordo di chi ci ha insegnato a non temere le frecce sul costato, sulle braccia e sulle gambe, a leggere nella sofferenza del simulacro qualcosa di superiore, di sacro, di divino. San Sebastiano Martire. Martire per quale motivo? Chi gli ha scagliato le frecce? Tutte domande che non ti fai se sei troppo piccolo e quelle frecce conficcate nel costato un po’ ti lasciano perplesso, a tratti ti spaventano date le macchie di rosso che simulano il sangue che sgorga. Meno domande ti fai, meno ti preoccupi di sapere se è sangue vero o solo vernice. Da qui partono i primi ricordi, dall’età in cui molte cose le acquisisci come certezze senza fare domande. Si sta parlando di un Santo, tutto ciò che lo circonda è dogma indiscutibile. Comunque ci si avvicina lo stesso per guardare, i nonni ti insegnano a pregarlo, a rimanere in silenzio. E così che ci si innamora di quella statua e la si guarda per il resto dell’anno, aspettando che torni nuovamente fuori, ben salda sulla vara che la porterà in giro per la città.
Il sapore è dato dalla giaurrina che gli artigiani preparano sui marmi e stirano più volte sul palo con infisso un chiodo fino a quando diventa bianca e si raffredda. Il profumo è quello che ti guida fra le bancarelle e potresti dire dove ti trovi anche ad occhi chiusi, a seconda se è odore di miele o di torrone o di nocciole tostate o di altre prelibatezze dolciarie. I colori sono quelli delle lampade che illuminano le bancarelle, dei giocattoli disposti a tappeto, l’immancabile chitarrina di plastica o la trombetta o il tamburino che si trovavano già quando potevo essere interessato io all’acquisto, sono ancora presenti ed accompagnano giocattoli più moderni. Immancabile anche il suono proveniente dalla bancarella dei dischi, pardon! dei CD. Oggi noto la differenza fra le bancarelle di quando ero piccolo io e quelle di adesso “diversamente belle”. In particolare ogni anno rimango un po’ deluso, perchè non c’è più il mariuolo col compare che attirava gli illusi al gioco delle tre carte, usando uno scatolone come tavolino. Abile ed affabile, furbo più di una volpe, capace di metterti sotto al naso la carta vincente, invitandoti a scommettere e mentre appoggiavi le mille o le diecimila lire, con la punta del mignolo la spostava a danno dello scommettitore di turno. Un mago! Mago anche quando vedeva arrivare i vigili urbani e metteva in campo la sua abilità di far scomparire le tre carte, il tavolinetto, il compare e se stesso! Rimanevo io e qualche amico che ancora non avevamo realizzato il motivo della fuga fra le aiuole. Povero busto di Placido Mandanici! Quanti truffatori avrà visto operare! Già! Proprio così, perchè si mettevano proprio sotto il suo busto con la colonna faceva da muro ad occhi indiscreti! E poi mi manca quel tizio che aveva dei pacchettini piccolissimi di carta stagnola che avvolgevano delle briciole di una sostanza grigia ed oleosa, la quale a contatto con l’acqua si distruggeva con una leggera e fumosa fiammata. A che serviva? A niente. Però era bello staccarne dei pezzettini e gettarli nelle pozzanghere. E poi, all’angolo della piazza si posizionava un anziano che gestiva una giostrina mossa a pedali. 4 cavallini bianchi montati su una leggera struttura di legno. Non vi sono mai salito, però la guardavo. Era per i più piccini ma un giretto l’avrei fatto se non avessi già speso i miei pochi soldini altrove. Va beh, ci voleva un attimo per andare alla bottega del nonno che dava proprio sul sagrato della chiesa. Cento lire per la giaurrina affinchè mi tramandasse la tradizione arrivavano anche da lui. Nonno Gaetano, fra le prime persone che mi tornano in mente e che mi mancano tanto soprattutto questo giorno. La bottega si trovava in una di quelle casupole basse dove sul retro una volta ci portavano il luna park o il circo. Ormai da decenni i palazzoni hanno preso il posto dell’umiltà della vecchia Barcellona. Va bene lo stesso anche così.
Ad un tratto tutto però smetteva, la banda dava il segnale inequivocabile che il santo stava per essere portato fuori dalla chiesa. Di lì a poco avrebbe avuto inizio la processione. Non c’era giaurrina o curiosità che potesse distrarre. Da questo momento San Sebastiano tornava al centro della festa. Viva San Sebastiano e un grazie di cuore a chi ci ha preceduto lasciandoci l’amore per il nostro santo protettore e la tradizione a lui collegata.