Oliveri, il libro “Una rosa bianca” protagonista della rassegna letteraria “Un mare di righe”

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Ieri al lido Baiadera nel Comune di Oliveri si è svolta la presentazione del romanzo “Una rosa bianca” di Flaviana Gullì e Gaetano Mercadante (Giambra editori, con illustrazioni di Andrea Sposari). L’incontro, che rientra nella rassegna letteraria “Un mare di righe”,  è stato moderato in maniera eccellente dal regista teatrale Giuseppe Pollicina, che ha anche letto alcuni brani tratti dal libro, alternandosi a Tania Alioto del Laboratorio “Tanti amici”.

“Una rosa bianca” è liberamente ispirato alla vita di Graziella Recupero, giovane barcellonese barbaramente uccisa il 25 giugno del 1956 da un “innamorato” respinto. A spiegare ai presenti i contenuti del romanzo sono stati i due autori che hanno risposto alle domande di Giuseppe Pollicina. Flaviana Gullì si è soffermata sullo stile narrativo dell’opera, su come abbia usato anche l’immaginazione per raggiungere l’obiettivo non facile, vista la notevole distanza temporale che ci separa dal fatto di cronaca, per tentare di salvare dall’oblio una storia che sconvolse la mente e il cuore dei barcellonesi dell’epoca. Gaetano Mercadante ha, invece, parlato della ricerca documentaria effettuata per ridare dignità alla figura della ragazza barcellonese ormai sconosciuta alle giovani generazioni.

PROPONIAMO DI SEGUITO UNA BRILLANTE RECENSIONE SUL LIBRO A CURA DELLA PROFESSORESSA MARIA RAIMONDO (CHE SI OCCUPA DELLA NOSTRA RUBRICA “DISCORSI SULLA SOGLIA”)

Ripercorrere una storia vera, con fedele ricostruzione documentaria e, insieme, adesione emotiva, è un impegno che sa di missione. Nasce, infatti, da passione per la verità: quella dei fatti oggettivi, quella che indaga, inoltre, sul cuore umano, le sue contraddizioni, i suoi chiaroscuri inquietanti, sempre sull’orlo del precipizio, sempre insidiato dal richiamo del buio. Il difficile equilibrio tra “storia ” e “invenzione” di manzoniana memoria, tra realtà vissuta e creazione letteraria, permette agli autori di penetrare la sostanza più segreta degli eventi stessi, cogliendone dall’interno le motivazioni profonde, psicologiche e morali.

È la cifra del libro di Flaviana Gulli’ e Gaetano Mercadante, in cui la storia tragica di Graziella è rivissuta dall’intimo, con sensibilità partecipe e attenta indagine del cuore umano: quello limpido e struggente di una innocente strappata ai suoi sogni, quello drammaticamente contorto del suo assassino.

Gli autori hanno operato in sintonia di metodi e intenti, come illustrato nelle prefazioni: un’accurata ricognizione di testimonianze, affidata poi, nella stesura conclusiva, alla rielaborazione interpretativa di una mano femminile, perché l’empatica immedesimazione di una giovane scrittrice riesce più  intensamente a percepire  le sottili sfumature di sentimenti inespressi, a rivivere il pudore ferito, l’angoscia, di una ragazza braccata, il grido inascoltato di una innocente massacrata.

Flaviana Gulli’, con un taglio narrativo lineare, sobrio e avvincente, delinea inizialmente la quotidianità tranquilla di una ragazza mite e riservata, paga degli affetti familiari eppure immersa, con serio impegno di studio, nei sogni luminosi della prima giovinezza. Una vita “normale “, in anni di forti legami parentali e affettuosa protezione  dal mondo esterno: gli anni Cinquanta così vincolati, e confortati, dagli orizzonti familiari e dalle norme d’antico stampo di una piccola comunità di provincia.

Un mondo circoscritto eppure  ricco interiormente, in cui più violenta, dissacrante, irrompe la frattura di una presenza invasiva, assillante, devastante; e qui la Scrittrice segue, passo dopo passo, l’angosciante  crescendo di un sentimento malato, nel giovane uomo che spegnerà per sempre quella vita: dall’attrazione morbosa, al puntiglio ossessivo, misto forse alla voglia di rivalsa sociale; al rabbioso senso di inadeguatezza nei confronti dei coetanei, ai crolli dell’umore, alle opposte teatrali  esibizioni e all’autocelebrazione spavalda: un viluppo emotivo nebuloso e sfuggente, gravido di pericolosità, tendente a tramutare l’autopercezione e uno pseudo-amore in vera e propria sfida incattivita verso la persona, oggetto della sua ossessione. Un fardello di pulsioni, di cui nessuno forse avverte il rischio, ma pronto a sfociare nella persecuzione e nel delitto. In un efficace innesto di romanzo e cronaca tragica, la narrazione procede pervasa da intensa commozione, eppure il timbro limpido mai cede a forzature o sbavature sentimentali, accompagnando piuttosto la vicenda con puntuale adesione alle sue drammatiche fasi, in un climax che si rapprende, e giunge all’acme, nel ritmo incalzante, martellante, del suo epilogo fatale. E, su tutto, il dolore composto, la discrezione e il rispetto per la giovane vittima; accanto all’interrogativo irrisolto sull’abisso di una mente carnefice, che, per il mistero inesplicabile del Male, induce un essere ad annientare in sé ogni traccia di razionalità.  In questa sintesi di una tragedia reale, avvertiamo il drammatico peso del vivere, la precarietà irrimediabile della sostanza esistenziale. Mentre, sul piano specificamente sociale, si ripropone lo sgomento di un’impotenza, singola e collettiva, nei confronti della violenza, di genere e universale: eterno sfregio all’altro da sé, narcisistica prevaricazione, volontà omicida per autoaffermazione.

L’incipit del libro ci riportava dolcemente indietro nel tempo: ai primi fermenti della ricostruzione post-bellina, in una comunità paesana in bilico tra tradizione e mutamento del costume sociale, nel primo speranzoso avviarsi verso il boom economico; ma induce, anche, a guardare al presente, ad una macrocomunita’ globalizzata e ipertecnologica, in cui le conquiste giuridiche e paritarie sono ancora lontane dal penetrare nella mentalità e nella prassi. Il dolce sorriso di Graziella, il suo violato amore alla vita sono, così, anche  il simbolo di una ferita sociale implacabilmente attuale.  Questo doloroso sapore di continuità però nulla sottrae, nel libro, alla freschezza di una figura femminile, che Flaviana Gulli’ ci restituisce così viva, quasi a volerla strappare alla notte del tempo, a renderle giustizia della morte ingiusta, nel tentativo amorevole di riportarla tra i vivi, come per Euridice dell’eterno mito. Perché la memoria, per mano di uno scrittore, è un sogno di vita. E di conforto a chi ha amato e continua a piangere. Così, su queste pagine, sembra  aleggiare, alla fine, il profumo di quel  fiore, che il personaggio di Antonio, mestamente, depone sulla tomba: una rosa bianca, come la purezza e l’innocenza. La sostanza immacolata del Rispetto.