Fino al 1989 quella che oggi viene indicata come Cupola Rosata era soltanto la parte sommitale del “tamburo” di una cupola con la cupola stessa, emergente dal piano della campagna circostante l’alveo del Torrente Patrì. Si poteva entrare abbassando un poco la testa. Si immaginava che sotto vi fosse qualcosa che valeva bene trovare. Si decise di operare uno scavo ed emerse quello che oggi è possibile vedere, cioè una solida struttura coperta da una cupola rivestita in cocciopesto, e alcuni resti di muratura, appartenenti ad una chiesa. Secondo i dati storici la chiesa, identificata con quella di San Bartolomeo, fu sommersa dall’alluvione del 1582, e faceva parte del centro abitato di Rhodis, che sorgeva in prossimità del torrente Patrì.
Nel 1992, quando tutte le strutture emersero dalla terra, mi fu possibile operare un rilievo, seppur sommario, coadiuvato da Andrea Zanghì, un ingegnere di Rodì che si occupa della storia e del patrimonio storico-culturale del territorio. Dall’indagine effettuata sui resti portati alla luce durante la prima sommaria campagna di scavi, ho potuto avanzare alcune caute ipotesi sul complesso monumentale.
Innanzitutto è bene rilevare che siamo in presenza della stratificazione di due costruzioni di epoche differenti. Il primo nucleo, il più antico, è composto dalla struttura a base quadrata sormontata dalla cupola impostata su tamburo cilindrico provvisto di finestre, mentre il secondo nucleo, più recente, è costituito dai muri perimetrali superstiti della chiesa di San Bartolomeo.
La compresenza di due costruzioni di epoche diverse fa scattare delle considerazioni. È possibile che inizialmente sull’area insistesse una chiesa a croce latina o a croce commissa, sormontata da cupole, sul modello di San Giovanni degli Eremiti di Palermo. Tale riferimento è dettato dalla forma della parte superstite della costruzione più antica: essendo libera su tre lati, farebbe pensare ad un impianto a croce latina, e il blocco costruttivo rimasto rappresenta uno dei due lati estremi.
A seguito della distruzione della prima chiesa, si ricostruì la chiesa, mantenendo la parte superstite con cupola, e riedificando una nuova chiesa, a navata unica, addossata a tale parte superstite, provvedendola di abside rettangolare e di campanile, e di una nicchia per collocare qualche statua, sul muro edificato in aderenza alla struttura preesistente. Anche questa seconda chiesa andò distrutta, proprio nell’alluvione del 1582. Quello che vediamo oggi è il risultato della compresenza di queste due fasi costruttive.
Per poter comprendere meglio come fosse questo complesso architettonico è necessario proseguire gli scavi interrotti, in modo da delineare meglio la pianta e ritrovando possibilmente le fondazioni della chiesa più antica. Peraltro oggi la terra e la vegetazione hanno ricoperto parte dei resti più bassi dei muri, rilevati a suo tempo.
La nuova chiesa di San Bartolomeo, santo patrono di Rodì Milici, oggi adibita al culto, fu costruita intorno al 1616. All’interno custodisce la statua del santo, realizzata da Andrea Calamech nel 1579 (Carrara, 1524 – Messina, 1589), probabilmente proveniente dalla vecchia chiesa, secondo una tradizione che circola nel paese. Secondo questa tradizione, gli abitanti del luogo, vedendo approssimarsi l’alluvione, decisero di salvare la statua caricandola su un carro trainato da buoi, che si diressero spontaneamente nel luogo dove ora sorge la nuova chiesa.














