Il sacrificio del barcellonese Nicola Pino, carabiniere aggiunto, ucciso dai tedeschi in fuga da Messina nella strage di Orto Liuzzo del 14 agosto 1943, è stato al centro di un interessante incontro organizzato dalla sezione di Barcellona Pozzo di Gotto dell’Anpi Associazione nazionale partigiani italiani.
L’Auditorium Parco urbano “Maggiore La Rosa” ha ospitato il convegno, moderato dal presidente dell’Anpi Barcellona, Tindaro Bellinvia, che ha riacceso l’attenzione su un episodio della seconda guerra mondiale che in pochi conoscevano nella città del Longano.
La storia di Nicola Pino detto “Cola”
Nicola Pino, detto da tutti Cola, il 14 agosto 1943, ottant’anni fa, era al ponte Tarantonio, sulla riva settentrionale del territorio di Messina. Era lì, come carabiniere “aggiunto” della Stazione di Castanea, a presidiare insieme ai carabinieri Antonino Rizzo, Tindaro Ricco, Antonino Caccetta, Antonino Da Campo e Santo Graziano.
Quando questi si accorsero che i soldati tedeschi, in ritirata verso Messina, volevano saccheggiare una villa di Orto Liuzzo, andarono in soccorso di Stefano Giacobbe, che cercava di difendere la stessa villa. Ma furono disarmati dai tedeschi e subito dopo, nella notte prima di mezz’agosto, fucilati. Solo Graziano riuscì a scampare, diventando testimone vivente dell’eccidio.
Nicola Pino era nato a Barcellona l’8 aprile 1910, figlio di Vito e Carmela Coppolino; al momento dell’uccisione aveva quindi 33 anni; prima di essere richiamato come carabiniere lavorava in campagna, era coniugato ed aveva una figlia, Sebastiana detta Iana, ancora vivente. E da lei viene il ricordo più commovente: il suo papà dai capelli e dagli occhi castani, si divertiva a giocare con la sua bambina, facendole fare il “volo” e solleticandola col naso sul pancino. Dopo la sua fucilazione la famiglia di Pino andò a Orto Liuzzo e ritrovò il luogo dell’eccidio; adesso Cola Pino riposa al cimitero di Barcellona, accanto alla moglie. Quella tomba costò tanto da dover fare debiti; la vedova li saldò con il suo lavoro di ricamatrice. Delle storie “semplici” che però sono la forza della democrazia italiana.
Nicola Pino non era un eroe, ha solo fatto il suo dovere
Dopo i saluti istituzionali dell’Amministrazione comunale, affidato all’assessore alla cultura Angelita Pino, ha preso la parola Vito Raimondo, responsabile della Comunità di S. Egidio, che ha sottolineato l’importanza di lavorare tutti insieme per la pace: “Il ricordo della guerra ci deve far riflettere sul significato della pace, che non può prescindere dalla libertà, perchè la pace senza libertà si trasforma in oppressione”. E’ poi intervenuto Pippo Martino, presidente dell’Anpi Messina, che ha ricostruito la storia della strage di Orto Liuzzo, ricordando le difficoltà che hanno dovuto sopportare la moglie Antonia Bucca e i figli Sebastiano e Vito, quest’ultimo di appena otto mesi, che morì 48 giorni dopo il padre perchè la mamma, per gli stenti e la disperazione non è più riuscita ad allattarlo: “La strage in cui perse la vita Nicola Pino racconta l’abnegazione dei carabinieri, che in quel momento di grande confusione, non si tirarono indietro e rispettarono il giuramento di fedeltà alla Patria. Questo ed altri massacri compiuti dai tedeschi durante la loro ritirata furono dimenticati per volontà di chi non ha voluto indagare per varie motivazioni. Tutte queste storie finirono nel cosiddetto “armadio della vergogna“, come lo definì in un libro lo scrittore Franco Giustolisi, e solo dopo molti anni il procur;atore militare De Paolis, cercando documenti per istituire processi sulle fosse Ardeatine, ritrovò tutto il materiale di questi fatti in un armadio, nascosto in uno scantinato”.
Giuseppe Restifo, vice-presidente dell’Anpi provinciale di Messina, ha ricordato il clima di caos e confusione di quel periodo storico, con tanti disertori tra i fascisti e con gli americani in arrivo: “Nicola Pino ed i suoi commilitoni preferirono essere fedeli al loro dovere anziché scappare davanti al rischio di perdere la vita. Decisero di tenere fede alla parola data, come avveniva nella Sicilia delle persone comuni, in cui una stretta di mano valeva più di un documento firmato dal notaio. Nella vicenda di Nicola Pino troviamo storie semplici in cui abbiamo eroi del quotidiano. I suoi parenti hanno dovuto fare debiti per recuperare il suo cadavere e la moglie dovette lavorare come ricamatrice per pagarli e dare una vita dignitosa alla figlia Sebastiana, che ha potuto raccontare ai suoi figli la storia di un nonno che non era un eroe, ma un uomo legato a sani principi. Per questo mi piacerebbe che Barcellona ricordasse in maniera duratura Nicola Pino con l’intitolazione di una piazza, di una via o meglio della caserma di carabinieri”. Nel suo intervento la nipote di Nicola Pino, Anna Benedetto, ha ricordato la testimonianza della mamma Sebastiana, raccolta alcuni anni fa dallo scrittore Carloni nel libro “Il sangue dell’arma”, sottolineando come “Noi della nostra generazione che non abbiamo vissuto la guerra abbiamo un debito di pace nei confronti di chi come mio nonno ha sacrificato la sua vita per la nostra libertà”.
In conclusione l’artista Laura Marchese ha consegnato alla nipote un dipinto di Nicola Pino, mentre Elisa Calabrò, vicepresidente provinciale, ha ribadito l’importanza per la comunità barcellonese di creare più occasioni di confronto su questi temi, con iniziative che fungano da cerniera tra ricordi del passato e lo sguardo verso il futuro.




















