L’esigenza sessuale di un individuo con disabilità è diversa da quella di un individuo normodotato? Ad oggi, pur ricoprendo un ruolo di primaria importanza, appare chiaro quanto tale concetto sia caratterizzato da tabù e stereotipi.
Nella lingua italiana la parola diversità viene definita come “la condizione di chi è considerato da altri, o considera sé stesso, estraneo rispetto ad una presunta normalità di razza, propensione sessuale, comportamenti sociali, scelte di vita”. L’idea che la persona affetta da una disabilità fisica o mentale sia asessuata e/o disinteressata ad una relazione affettiva è ormai radicata all’interno del tessuto sociale e culturale del paese. Lo stereotipo è quello di una persona fragile e delicata, il cui unico bisogno è quello di cure assistenziali. La realtà è ben diversa e si discosta molto da questo pregiudizio.
“Quello della disabilità è un mondo ancora per molti sconosciuto. Infatti, nel momento in cui una persona normodotata si approccia ad una persona con disabilità, vede davanti un muro che la società ha costruito e quindi ha paura di affrontare questa vita di coppia, percependola come una difficoltà insormontabile. Vorrei sfatare il mito che considera il partner normodotato come un “badante” nei confronti della persona con disabilità, perché non è assolutamente così. L’aiuto di cui abbiamo bisogno deve essere inteso come un ‘fare qualcosa insieme’, creando una sorta di simbiosi come una qualsiasi coppia normodotata.”
A dichiararlo è la barcellonese Roberta Macrì, ballerina di danza in carrozzina, attrice, presentatrice, campionessa italiana di para-powerlifting, influencer con un’idea ben precisa: quella di considerare le persone con disabilità come persone con opportunità. Roberta ha già vissuto due vite, una da normodotata e una da persona con disabilità e questo la rende lucida e consapevole nelle battaglie che porta avanti da diversi anni affinché vengano abbattute tutte le barriere, non solo architettoniche ma soprattutto dei pregiudizi.
Questo clima di forzato silenzio ha innescato un processo di negazione, dipingendo la sessualità nelle persone con disabilità come un problema e mai come qualcosa di positivo ed estremamente vitale. A tale scopo, sono state organizzati diversi eventi e manifestazioni per sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema.
Fra queste, “Sensuability: ti ha detto niente la mamma?”, la terza edizione della mostra di fumetto e illustrazione in Italia a tema sessualità e disabilità, che combatte gli stereotipi con il linguaggio dell’arte. Quest’anno, causa Covid-19, la mostra potrà essere visitata sul sito www.sensuability.it, all’interno della ricostruzione virtuale delle sale Sergio Amidei e Cesare Zavattini della “Casa del Cinema” di Roma, realizzata ad hoc da Italyart, l’arte a 360°. La mostra è iniziata ieri 14 febbraio, giorno di San Valentino. Una data che non è stata scelta a caso ma per dare un senso ad una festa ormai svuotata di significato e festeggiare un amore sensuale che, comunque la si pensi, è vitale e divertente.
“Il linguaggio artistico è un mezzo potente per abbattere gli stereotipi – spiega Armanda Salvucci, presidente dell’Associazione Nessunotocchimario– e la sensibilità sul tema sta crescendo. Le tre edizioni del concorso hanno evidenziato infatti un’evoluzione, sia per il numero dei partecipanti sia per la qualità delle opere. Le disabilità illustrate, in particolare, si sono diversificate negli anni, dalle prime tavole che rappresentavano soprattutto amputazioni, persone su sedia a rotelle e pochissime altre disabilità sensoriali, a quelle di questa edizione che raffigurano molte disabilità invisibili e sindromi sconosciute ai più”.
“Questi tabù psicologici e mentali – continua Roberta – che la società ci impone devono essere abbattuti. Ci vorrebbe una nuova cultura che non facesse più leva solo sui termini inclusione e integrazione, ma che parlasse, invece, di interazione. Se tutti avessimo la consapevolezza che il diritto a vivere una sessualità appagante accomuna ogni essere umano, dall’identità di genere, all’orientamento e ai gusti sessuali, forse saremmo più pronti ad affrontare determinati problemi.”
In altre parole, come la persona con disabilità deve andare incontro alla società, così quest’ultima dovrà fare lo stesso. In questo modo si potrà tentare di abbattere i tabù e stereotipi, iniziando a considerare chi è affetto da disabilità, non come un soggetto debole da accudire e da proteggere, ma con cui vivere delle relazioni ed esperienze comuni a tutti, ognuno con i propri limiti, risorse e capacità.














