“Ben Hur” è una Commedia che denuncia uno stato sociale, quello della precarietà sociale e mentale dell’Italia di oggi, affrontando temi come l’imigrazione e il lavoro. Un tentativo forte di denunciare lo stato delle cose, non solo per mezzo del teatro, ma un pò da tutte le parti della cultura e su più fronti, assistiamo a questi tentativi. Ma come mai oggi la politica è sorda alla cultura, diversamente al passato quando la sua voce tuonava come monito alla crescita politica e sociale di un popolo?” “Il discorso è ampio. Da almeno 30 anni in Italia, si assiste al tentativo di barbarizzazione della società e di abbassamento del livello culturale, stabilita a tavolino, a partire dall’epoca di Berlusconi, quando ha detto “abbiamo fatto il partito adesso dobbiamo fare gli italiani per il nostro partito”; il quale è riuscito, grazie a questa sua politica, a nutrire gli istinti più beceri, più volgari, triviali del gusto imbarbarendo il pubblico. Di fatto, si è abbassata la richiesta del livello culturale; è un discorso portato avanti anche dalla sinistra, su questo non c’è dubbio. E’ il tentativo chiarissimo di fare degli italiani un popolo di consumatori, di gente che si moltiplica, che pensa all’I-phone6 anche se non ha un euro, piuttosto che pensare a un ideale per cui nessuno si scrive più a un partito. Chi ha oggi un ideale? Nessuno. Poi esiste sempre una parte sana della società che per contrasto si ribella allo stato delle cose, e nessuna terra come la Sicilia può dimostrare meglio che laddove la melma è più presente, vivono eccellenze, diamanti puri di coraggio, di abnegazione”.“Ma secondo la statistica sempre di più sono le eccellenze che vanno via dall’Italia; quindi per rimanere qui, bisogna avere un gran fegato.”“Nel nostro caso, per noi teatranti, è più difficile applicare questo discorso. Un musicista è musicista ovunque; io sono pieno di amici musicisti, chi lavora in Giappone, in Corea, in Russia, in Australia, il loro linguaggio è universale, come lo è quello della danza, ma per noi attori di prosa è difficile. Che andiamo a fare? Andiamo a recitare in inglese agli inglesi? Ti menano perchè giustamente gli attori inglesi recitano meglio di me. Noi siamo un pò obbligati a restare qui; il massimo che possiamo fare è riuscire a fare Commedie, perchè la Commedia in momenti di crisi come questo, è indubbiamente la più richiesta, e perchè la gente, che ha così tanti problemi, non ha voglia di andare a teatro a preoccuparsi, a angosciarsi”.“Ben Hur” gode dell’approvazione del pubblico, a tal punto che siamo arrivati a più di 300 repliche al momento. Qual è il segreto di questo successo?”“Ben Hur” è una delle sei-sette Commedia che abbiamo messo in scena in questi anni e che anch’esse come Ben Hur possiedono il giusto mix tra comicità e riflessione, nel senso che la comicità non è solo per far ridere (io non ne sarei proprio capace come attore). Nel mio piccolo cerco di contribuire a rendere migliore quella parte della società che mi circonda; questo posso fare, non è che posso fare altro. La nostra Commedia rappresenta un doveroso omaggio alla grande stagione della Commedia all’italiana, che era una commedia di grandi risate ma anche di grandissimi contenuti, pensiamo a tutto ciò che venne fuori dalla Grande Guerra”.“Ricordi i tuoi esordi? Tu hai iniziato in teatro. Cosa è cambiato rispetto ad allora?”“Si, io ho iniziato in teatro, avevo 18 anni, ormai sono quasi 40 anni che faccio questo mestiere. I primi anni ho lavorato per 5-6 stagioni con Gabriele Lavia. A me piaceva molto, è stato generoso, con lui è stata una grande scuola, anche se poi mi sono discostato dal suo modo di recitare, così impostato”.“Cosa conta in teatro? La bravura, la fortuna, l’occasione?”“In Teatro conta un pò tutto questo, è come un insieme di vasi comunicanti. Quando un uomo, soprattutto in questi ultimi anni, pensa di saper fare il proprio mestiere, credendo che le altre cose contino meno, si sbaglia. Purtroppo non è così, l’opportunità, la fortuna, le conoscenze giuste, contanto tanto o più dell’esser bravi. Avere un percorso è importante, essere bravi pure, ma poi ci vuole altro. Da questo spettacolo ad esempio è stato tratto un film, che a nostro parere è uscito nel momento sbagliato; se il film, che è stato presentato al Festival del Cinema di Roma, a mio avviso, avesse avuto un altro tipo di regia e fosse uscito in un momento diverso, è probabile che avrebbe vinto, e la vita di tutti noi sarebbe cambiata. Per me, che ho fatto tantissima televisione, soprattutto a cavallo degli anni 2000, se le serie in cui lavoravo avessero avuto successo, magari oggi sarebbe stato più semplice per me. Tuttavia, mi ritengo molto fortunato: vivo del mio mestiere, mi piace quello che faccio e ho la fortuna di scegliere”. “Quali sono le differenze tra lo spettacolo teatrale e il film, in termini di scene e di personaggi?” “Lì, nel film, hanno cambiato completamente il finale, un finale positivo, cosa che nello spettacolo non è; eravamo contarissimi a questo, abbiamo litigato non si sa quanto. Poi nel film c’è stata un’accentuazione dei toni del linguaggio romanesco. Fare il romano è una cosa difficile; siamo stati noi che per primi abbiamo elevato la lingua romanesca a linguaggio teatrale; prima il romanesco veniva applicato solo nel come cabaret o in cose trivialissime, ma è stato Gianni Clementi il primo a introdurlo in teatro. Prima ciò che si vedeva come romanesco era inguardabile perchè era volgarità e basta”.“Quindi nella Commedia non c’è nessun termine volgare?”“No, invece qui ci sono i termini volgari, anche se sono giustificati; non poteva essere altrimenti, dato che Nicola interpreta un borgataro romano, un uomo ai limiti della precarietà della vita, aspetta un risarcimento, è un incattivito con se stesso e con gli altri; come potrebbe parlare altrimenti? Non può dire “che cavolo”! Non lo direbbe mai. Se vuoi trovare la verità in scena, devi un pò passare attraverso il linguaggio reale”.“Quante volte avete replicato in Sicilia?”“Circa una cinquantina di volte. Siamo stati allo Stabile di Palermo per due setimane, poi a Catania per tre settimane”.“Ti piace la Sicilia? E’ la prima volta che vieni a Milazzo?”“No, ero già venuto qui tanti anni fa. Adoro la Sicilia, è una terra a cui senti di appartenere non appena ci metti piede.”“Secondo te, potrebbe cambiare qualcosa per far sì che in Sicilia, e in generale in Italia, che di cultura si possa vivere?” “Ciò che occorre è investire in cultura, intanto a partire dai finanziamenti pubblici, investimenti mirati e giusti; in particolare, gli economisti hanno dimostrato che 1 euro investito in cultura ne restituisce 10 allo Stato. E’ questa la follia perchè per ogni spettacolo che viene messo su ci sono i fornitori, l’Iva sui biglietti, poi la Siae, l’Inps, le persone che spendono nei ristoranti, ngli alberghi, l’Irpef. Si viene a creare un giro intorno ad 1 euro che riporta allo Stato molto di più di quanto è stato investito. Ma ripeto, c’è proprio il desiderio di conservare un popolo di ignoranti e di persone che non sanno, perchè un popolo, più ignorante è meno problemi dà. E’ un rincoglionimento voluto”.
Milazzo. Ben Hur, intervista a Paolo Triestino: “per ogni euro investito in cultura dieci vanno allo Stato ma vogliono lasciarci ignoranti”
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