L’importanza del “NO” nella prima infanzia

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Spesso capita vedere scene di bambini che urlano, sbattono i piedi, piangono disperatamente per ottenere ciò che in quel momento desiderano, fino a quando l’adulto, esausto, cede, sentendosi stanco ed inefficace.

Cosa sta succedendo alla figura genitoriale?

Nel corso degli ultimi decenni il sistema famiglia ha avuto degli straordinari cambiamenti inerenti la cura dei figli, si è attivato un graduale abbandono della famiglia di tipo normativo, caratterizzata da rigidità e autorevolezza a favore di una famiglia più di carattere affettivo e relazionale, con più flessibilità e apertura con situazioni a volte di totale assenza di regole e dei “no”.

I genitori di oggi sono gli stessi bambini che ieri hanno vissuto castrazioni e divieti, soffrendone molto e, come si sente spesso dire, vorrebbero che i loro figli avessero la possibilità di poter fare ciò che a loro è stato negato. Niente di più commuovente ma non senza rischi.

Non sono rare le famiglie in cui i bambini arrivano ad assumere una posizione centrale, sin da piccolissimi decidono dove andare, cosa indossare, cosa mangiare, e spesso i genitori non riescono a mantenere il “no” per paura di ferirli, di apparire poco disponibili e compromettere la relazione, di avere dei sensi di colpa (sono un cattivo genitore).

Cosa succede al bambino?

Intono ai 2 3 anni il bambino inizia a “testare” i genitori, fornendo loro richieste di ogni genere, al fine di capire se è in grado di staccarsi dalla dipendenza verso l’indipendenza. E così compaiono quelli che noi adulti definiamo “capricci”. 

Siamo in fase muscolare, il bambino ha imparato a muoversi nello spazio da solo, ad essere autonomo in alcune attività, ha assunto il controllo sfinterico, inizia il gioco sociale e adesso chiede implicitamente all’adulto, fino a che punto può spingersi verso l’indipendenza, chiede se si può separare ed andare verso il mondo.

Nei primi mesi di vita il senso di identità del piccolo è vincolato dalla presenza del caregiver col quale vive in una posizione di dipendenza totale, esso decodifica e soddisfa i bisogni del bambino e ha funzione di holding (contenimento). Il bambino vive un’esperienza che si può definire “magica” in cui al suo bisogno (fame, coccole, igiene, sonno), arriva dall’esterno (caregiver) una risposta che lo soddisfa, questo genera nel piccolo un senso di onnipotenza (sano), sente che tutto quello di cui ha bisogno magicamente è dato.  

Piano piano arriva il senso di realtà, il bambino comprende che è il caregiver a rispondere ai propri bisogni e non esso stesso. E’ proprio qui che si inserisce l’importanza del “no”.

Un bambino non ha la stessa capacità critica e di giudizio di un adulto, ogni scelta che compiamo, anche se banale, implica responsabilità e nei piccoli è un carico importante che può creare confusione e destabilizzare.

Il “no” (quando è necessario) ha una funzione fondamentale per la crescita, permette di strutturare il carattere del piccolo e di prepararlo alle relazioni sociali, la frustrazione generata dal divieto crea un confine tra il sé e gli altri, regola il riconoscimento emozionale, è sostenibile dal piccolo e permette il movimento di autonomia e individuazione rispetto alle figure di accudimento. Ogni fase evolutiva è caratterizzata dal movimento di separazione da uno stato-livello corporeo e di approdo in uno stato-livello corporeo più evoluto.

Un soggetto senza confini, rimane vincolato e bloccato in una condizione di dipendenza orale, ha difficoltà nel movimento (inteso come movimento vitale), nelle relazioni e nell’autoaffermazione.

Dire un “no” (quando serve) è separare e allo stesso tempo garantisce la possibilità di agire, di esser-ci nel mondo, è possibilità di fare nella realtà, permetterà al bambino di relazionarsi con più fiducia nelle proprie capacità e, quando arriverà il momento, di affrontare il percorso scolastico con più serenità e capacità di gestire le varie frustrazioni naturali della vita.

Il no è limite tra il sé e l’altro, è l’Io esisto.

Ed è proprio questo il ruolo cardine dei genitori, permettere ai propri figli di crescere e diventare adulti, di esistere.  Non abbiamo paura dei “no” se li riteniamo giusti, i nostri figli in futuro ci ringrazieranno e ricordiamo che dietro ad un “no” giustamente detto c’è un “io” che si forma.

A nonna Carmela

Dott.ssa Eleonora Abbate, Psicologa ad approccio corporeo reichiano