Non è solo un capriccio

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Con il termine capricci si fa riferimento a quei comportamenti non adeguati esplicati in una specifica situazione: tali manifestazioni sono esprimibili nelle forme più disparate, dalle urla incontenibili durante il momento della spesa, al buttarsi a terra senza mostrare segni di cedimento. In queste fattispecie si palesa la difficoltà duplice del genitore che da una parte deve escogitare un modus per contenere la situazione bellica non appena sviluppatasi e dall’altra deve fare i conti con la “brutta figura” da genitore cattivo e spietato che si diffonde davanti a chi si trova in condizione di spettatore dei fatti.


Ma cos’è davvero quello che viene chiamato comunemente ‘capriccio’?  Cosa vuol significare il bambino attraverso questo canale di espressione?

Il capriccio costituisce il culmine di un forte momento di frustrazione che il bambino non riesce a controllare con gli strumenti a sua disposizione: al di là del pianto, degli scatti d’ira, delle qualifiche poco gradevoli che vengono rivolte al genitore, il piccolo altro non fa che rimandare sicuramente non in maniera esplicita delle richieste di aiuto all’adulto. Un bambino non piange senza motivo e ciò che per il genitore può significare solo la classica scenata senza motivo, per il piccolo ha diversamente degli scopi ben precisi, logici e rintracciabili all’interno del suo sistema di spiegazione della realtà e pertanto meritevoli di rispetto e di comprensione.

Spesso accade che l’adulto procrastini una richiesta del bambino solo perché la ritiene priva di importanza sul momento o non degna di valore come la routine di cui deve farsi carico durante le sue giornate frenetiche, tutto ciò genera malcontento da parte del bambino che esprime immediatamente il suo disappunto secondo le forme specifiche della sua età e del suo sviluppo cognitivo.

Le ‘manifestazioni capricciose’ vengono esibite dai bambini secondo delle forme più articolate durante i 2/3 anni; a partire da questo periodo il bambino raggiunge una maggiore consapevolezza nello sviluppo cognitivo, linguistico, motorio, sfinterico, nonché una maggiore indipendenza e proprio in virtù di ciò il piccolo ama sperimentarsi, ‘scavalcando’ le regole imposte dall’adulto, che minano il suo desiderio di scoprire il mondo e se stesso. A questa età i piccoli manifestano il proprio temperamento e potenziano la propria identità attraverso il ‘no’; ciò consente loro di affermare se stessi, separandosi dal rapporto simbiotico con il caregiver, sono attratti dai nuovi stimoli, definiscono la loro dimensione attraverso parole come ‘io’, ‘mio’. Dietro il loro ‘no’ si esplica l’espressione dei primi germogli del loro pensiero individuale.

Come far fronte al capriccio?

Nel momento in cui il bambino mette in atto in maniera plateale tutto il suo repertorio atto a contrastare un diniego, occorre analizzare cautamente da dove si origina il suo disappunto: il genitore pertanto dovrà scendere al piano del bambino, indossare i suoi stessi ‘occhialini’ e leggere la situazione dal suo punto di vista, proprio come lui stessa l’ha interpretata.

Occorre chiaramente tenere presente che le manifestazioni del bambino risentono della fase evolutiva in cui è collocato: crescendo il piccolo imparerà a regolarsi emotivamente, l’affinarsi del linguaggio, dei processi cognitivi di analisi della situazione gli consentiranno di controllare risposte sregolate tipiche di un’età in cui sarebbe impensabile aspettarsi competenze da parte sua.

Nella prima infanzia il cervello cambia rapidamente, sviluppando nuove connessioni cerebrali ed eliminando quelle non necessarie, pruning sinaptico. La corteccia prefrontale, area del cervello deputata ai più complessi compiti cognitivi, tra cui l’autoregolazione, non è ancora matura, continuerà il suo sviluppo fino all’inizio dell’età adulta (Lenroot, Giedd, 2004).

Nei più piccoli, il carattere egocentrico, ossia immediato e irreversibile, del pensiero è un ostacolo ad ogni introspezione: la presa di coscienza dell’azione propria inizia dunque con quella dei suoi risultati e soltanto in seguito si risale con un duplice sforzo di inversione rispetto a questo orientamento iniziale e di decentramento o confronto, alla coscienza del meccanismo stesso di tale azione (Piaget, 1979).

Accade che il bambino ancora piccolo non possieda una visione della temporalità ben sviluppata e pertanto di fronte alla procrastinazione di un suo desiderio risponde con la disperazione, poiché la concezione del posticipare non è contemplata nella sua mentalità.

Il genitore preso d’assalto dal figlio, in preda alla sua collera, deve entrare in una condizione di calma interiore tale da trasferirla al bambino; assumere un atteggiamento meramente lassista, assecondando ogni sua richiesta pur di abbassare i suoi livelli di agitazione o ancora rispondere in maniera autoritaria urlandogli contro di smetterla, rappresentano due modalità nocive e assolutamente inutili poiché in entrambi i casi non risolvono la frustrazione del bambino o forse solo nel primo caso temporaneamente fino a quando il bambino non ci riproverà con la successiva richiesta, di entità maggiore rispetto alla prima.

Pertanto, come agire?

Come sempre la soluzione si trova in una posizione mediana, è importante che il genitore sappia essere autorevole, utilizzando in primis un linguaggio semplice e comprensibile al piccolo, senza servirsi di filosofie o sermoni troppo ampollosi di cui il bambino perderebbe traccia mnemonica dopo i primi dieci secondi.

Occorre  sintonizzarsi empaticamente con il bambino, rimandargli che siamo pronti ad ascoltare le sue ragioni, che comprendiamo la sua rabbia e che come lui siamo alla ricerca di una soluzione che possa accontentare entrambi. Tale modalità consente al bambino di apprendere come accostarsi dinnanzi ai problemi, come individuare immediatamente le strategie che consentano una risoluzione degli stessi senza ‘spargimenti di sangue’.

Controtrasferialmente il bambino si sentirà accolto, compreso, non sperimenterà frustrazione e si impegnerà nella ricerca della strategia consona per sciogliere la matassa.

Questo non significa non rispettare la regola o allenare alla trasgressione delle regole ma al contrario trovare insieme delle soluzioni considerando la regola stessa.  

L’adulto negli anni ha sviluppato le proprie strategie di coping e problem solving, tali da consentirgli di autoregolarsi, di rilassarsi trovando l’equilibrio interiore prima di agire (per fare qualche esempio, c’è chi conta fino a dieci, chi fa dei respiri più lunghi, chi ignora le risposte negative del bambino, ecc).

Il bambino, al contrario, sprovvisto di queste acquisizioni, utilizza il capriccio per comunicarci che non riesce a comprendere quella specifica situazione, quel divieto posto e implicitamente chiede di aiutarlo per capire e per  fronteggiare adeguatamente l’episodio spiacevole.

Immedesimarsi con il piccolo al fine di decriptare il suo capriccio gli consentirà di assimilare questa modalità e di attuarla in seguito, nelle successive esperienze.

Creare un ponte tra adulto e bambino, senza che l’uno prevarichi l’altro, primeggiare sempre lo scambio, la comunicazione, cooperare insieme per trovare la giusta soluzione che vada bene per entrambi poiché le ragioni dell’adulto non sono in alcun modo superiori e/o prioritarie a quelle del bambino. Tra i due inoltre l’adulto ha una responsabilità maggiore rispetto al bambino: deve rappresentare sempre il modello, non può scadere in manifestazioni rabbiose, diseducative perché significherebbe invitare il piccolo a comportarsi in egual modo di fronte a qualsiasi problema. L’adulto deve favorire nel piccolo lo sviluppo della comunicazione assertiva consentendogli di esprimere i propri bisogni, con una emotività adeguata, scevro da insicurezze.