Il 25 agosto del 1956 il regista teatrale barcellonese Michele Stilo (1929-2000) metteva in scena l’Aiace di Sofocle nel teatro greco-romano di Tindari. Il palcoscenico si prolungava nell’aperta campagna per centinaia di metri verso il mare, e in esso stavano tende, cavalli, e armi accatastate e poggiate agli ulivi centenari. Una grandiosa scenografia per il primo spettacolo di epoca moderna nel teatro di Tindari, finalmente restituito all’uso per il quale era stato costruito dai greci.
Michele Stilo spiega questa scenografia nel suo libro “Sceso in corsa” del 1999: «La posizione del Teatro che lo spalanca al mare che è ai piedi del declivio lungo parecchie centinaia di metri (campagna coltivata al vino di Bacco ed all’ulivo di Atena), mi aveva suggerito di prolungare il palcoscenico fino a qual grande spazio (dove naturalmente non si sarebbe recitato) che aveva già il suo antico linguaggio. Lo avrei costellato di tende greche e di cavalli e di armi accatastate, appoggiate ai tronchi dei grandi ulivi. Il palcoscenico vero e proprio, per farne un tutt’uno con quello costituito dalla campagna, lo avrei coperto di terra e pelli di pecore “sgozzate” riempite di paglia, avendo Aiace nella sua follia fatto sterminio di greggi, credendole Greci. Al centro di esso la grande tenda di Aiace. Il mare sarebbe stato il puntoestremo della scena. Comunicai la mia idea alla giovanissima entusiasta scenografa vamp Anna Galluppi.»
Fin qui la testimonianza di Stilo. Aggiungo che il manifesto dello spettacolo fu disegnato dal pittore Nino Leotti.
Dopo quasi duemila anni di abbandono, riscoperto nell’Ottocento dall’elegante avventuriero inglese Robert Fagan, il primo che scavò quella zona archeologica, nel teatro di Tindari risuonavano le voci degli attori e gli applausi del pubblico.
In alcune vecchie foto il teatro di Tindari appariva con i blocchi di pietra della scena monumentale scomposti, sparsi sul terreno, e pochi settori di posti nella cavea. I blocchi saranno ricomposti nel corso del restauro del 1938-39. In alcune cartoline di epoca successiva i blocchi della scena appaiono ricomposti. Ed era questo l’assetto del teatro nel momento in cui Stilo, nel 1956, mise in scena il suo primo spettacolo. Tra il 1960 e il 1966 fu effettuato il restauro sistematico completo del teatro, curato da Luigi Bernabò Brea, così come si presenta oggi.
La follia di Aiace era quasi una metafora dell’idea “folle” di voler fare teatro in un teatro antico. Ma Michele Stilo, nonostante le difficoltà, non demordeva. Dovette infatti sostenere una dura lotta contro l’allora Soprintendente Luigi Bernabò Brea (Genova, 1910-Lipari, 1999) per poter utilizzare il teatro.
Brea, in quell’epoca pionieristica di riutilizzo dei beni archeologici, era contrario all’uso del teatro perché temeva che la presenza del pubblico potesse danneggiare seriamente le antiche pietre, facendosi interprete di quella corrente di pensiero fautrice della fruizione passiva dei ruderi, e comunque sollevando una problematica oggi solo in parte risolta, visto che spesso viene fuori il problema della compatibilità o meno dei siti archeologici con gli spettacoli, o con certi tipi di spettacoli.
Eppure in Sicilia c’erano stati dei precedenti importanti. Il teatro greco di Siracusa, il più antico e il più grande teatro dell’occidente, era stato riaperto nel 1914, grazie alla nascita dell’INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico, ancor oggi esistente ed attivo con la realizzazione di spettacoli classici a Siracusa.
Il teatro greco di Taormina, secondo in Sicilia per dimensione, subito dopo Siracusa, era stato riaperto negli anni Cinquanta, e nel tempo è stato sede di manifestazioni di prestigio, come il premio David di Donatello, Taormina Arte, Taormina Film Fest.
Nel 1970 Stilo, dopo l’ultimo spettacolo che mise in scena a Tindari, l’Oreste di Eschilo, attuò una protesta contro coloro che avrebbero dovuto fare una legge per regolare l’attività del teatro. Scrisse una lettera al Sindaco di Patti ripresa dalla stampa locale. E assieme ad un gruppo di giovani occupò simbolicamente il teatro per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica.
Oggi il Teatro di Tindari è sede di spettacoli estivi e fa parte del circuito dei Teatri di Pietra della Sicilia.
L’avventura teatrale di Michele Stilo iniziò nel 1951 con l’esperienza del Teatro Sperimentale nel Teatro Mandanici di Barcellona, mettendo in scena Trinummus (Per tre soldi) di Plauto, nel 1951, in collaborazione con il Liceo Luigi Valli e la Corda Fratres.
Seguirono altri spettacoli: Porta chiusa di Sartre (1951 e 1976), Questi fantasmi di De Filippo (1952), La giara di Pirandello (1954), Dov’è segnata la Croce di Eugeny O’Neil (1954) e l’Elettra di Sofocle (1954).
Ma la svolta avvenne proprio nel 1956 con l’Aiace di Sofocle a Tindari. Seguirono, sempre a Tindari, Le Baccanti (Euripide) nel 1959, Le Troiane (Euripide) nel 1960, Il Punteruolo (Plauto) nel 1967, Il Mirmillone o Dyscolos (Menandro) nel 1968, l’Oreste (Euripide) nel 1969.
Nel 1957, durante l’Estate Barcellonese, Stilo mise in scena, sul sagrato del Duomo di San Sebastiano, La Leggenda di ognuno, un dramma sacro di Hugo Von Hoffmannsthal. Doveva essere il primo di una serie, con cadenza annuale. Ma come spesso avviene, la continuità non si ebbe, e bisogna aspettare il 1964 per assistere ad un altro dramma sacro, il Sebastiano di Narbona, scritto da Stilo, con Alberto Lupo e Lydia Alfonsi, tra i migliori attori di teatro del periodo, e Massimo Mollica.
Questa volta l’artefice fu il professore Alessandro Manganaro, nella qualità di presidente della Pro Loco, e la continuità si ebbe, ma solo per un anno. Infatti nel 1965 andò in scena, ancora sul sagrato del Duomo, Barabba, del belga Michel De Ghelderode.
Spettacoli che hanno lasciato il segno nella memoria collettiva dei barcellonesi. Come si vede, Stilo ha avuto una frequentazione con i grandi autori di teatro di tutti i tempi: Sofocle, Euripide, Plauto, Hoffmannsthal, De Ghelderode, Sartre (Porta chiusa, messo in scena la prima volta nel 1951 a Barcellona e ripreso nel 1976 a Barcellona, Messina, Milazzo e Patti). Stilo ebbe modo di fare anche una incursione registica per un’opera lirica, pur non amando il melodramma. Venne chiamato dal Teatro Massimo di Palermo per dirigere la prima edizione assoluta di “2=pochi, 3=troppi”, su testo di Tone Brulin, musica di Louis De Meester. Il direttore d’orchestra e maestro concertatore era il grande David Machado! Nel 1965 Stilo fu invitato a Roma, a Palazzo Ruspoli, per dirigere un recital di poesie spagnole del ‘900, organizzato dall’ambasciata di Spagna.
Infine ricordiamo la frequentazione assidua con il poeta Bartolo Cattafi, i rapporti con il Rettore dell’Università di Messina Salvatore Pugliatti, il quale lo sostenne nella sua battaglia contro la burocrazia regionale per la riapertura di Tindari, la collaborazione, per la scenografia e i bozzetti delle locandine, di Filippo Calcagno, Nino Leotti e Sebastiano Raimondo.
(Foto tratte da: Michele Stilo, Sceso in corsa, 1999; Michele Stilo e il Teatro Antico di Tindari, fascicolo a cura di Gino Trapani, 2016).
