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Assolto per non aver commesso il fatto quaranteseienne luciese accusato nel 2021 di aver incendiato due automobili

Era stato condannato in primo grado e in appello per aver incendiato con liquido imfiammabile due autovetture e causato danni ad altrettantante automobili ed ai fili della rete elettrica Enel. Giovedì scorso la Corte di Cassazione, ribaltando le precedenti sentenze, ha assolto definitivamente l’imputato, difeso dall’avvocato Sebastiano Campanella, per non aver commesso il fatto.

La vicenda giudiziaria, che risale al 2021, ha visto imputato Daniele Salvadore di 46 anni, con l’accusa di aver depositato materiale infiammabile alla base del parabrezza di una Wolkswagen Tiguan e di una Chevrolet Matiz, parcheggiate in una strada stretta del centro cittadino di Santa Lucia del Mela, costeggiata da un’abitazione di vecchia costruzione e di aver causato così un incendio di vaste dimensioni, che ha coinvolto, oltre alle due autovetture, altre due automobili, un’Opel Mokka e una Fiat Uno, la parte esterna della tettoia di un immobile nelle vicinanze e i fili della rete elettrica dell’Enel.

Per questo Salvadore era stato condannato nella sentenza di primo grado alla pena di due anni e quattro mesi di reclusione, oltre che al risarcimento in favore della parte civile.

La sentenza di primo grado, confermata integralmente dalla prima sentenza di appello, aveva fondato il giudizio di responsabilità su una serie di indizi (presunta presenza dell’imputato sui luoghi, ritrovamento di una bottiglia contenente benzina a casa sua, un indumento similare a quello del soggetto ripreso dalle telecamere, ma non individuato in volto), che erano stati considerati gravi, precisi e concordanti.

La Corte di Cassazione, prima sezione penale ha accolto il ricorso dell’avvocato Campanella, demolendo letteralmente la sentenza di appello ed affermando testualmente che la Corte d’Appello “non si è attenuta ai principi espressi da questa Corte in tema di valutazione di prova indiziaria, omettendo completamente la valutazione di ogni singolo indizio, secondo i canoni di gravità, precisione e concordanza”. Nello stigmatizzare il decisum della Corte peloritana, la Corte di Cassazione si è così espressa: “le sentenze di merito non hanno fornito un quadro indiziario grave, preciso e concordante, avendo individuato un unico elemento indiziario grave, ma da solo insufficiente a sostenere il giudizio di responsabilità dell’imputato”. In particolare, la Suprema Corte ha affermato che il requisito della gravità e precisione non era ascrivibile agli indizi né singolarmente né globalmente valutati.

La Corte d’appello, presidente Blatti, a latere Sagone e Orlando, pronunciandosi in sede di rinvio dalla Cassazione, nonostante la richiesta di conferma da parte del PG (Dott. Costa), ha definitivamente recepito la tesi difensiva assolvendo l’imputato per non aver commesso il fatto.

 

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