Prosegue l’inchiesta sulla morte di Stefano Argentino, il 27enne di Noto che lo scorso 31 marzo uccise per strada a Messina la compagna di università Sara Campanella, 22enne, originaria di Misilmeri.
Nell’agosto successivo al femminicidio, il giovane si tolse la vita nel carcere di Gazzi, impiccandosi nel bagno della propria cella con un lenzuolo.
Il prossimo 3 marzo si terrà un nuovo e importante passaggio investigativo. Nei locali di Medicina Legale del Policlinico universitario, i consulenti della Procura – prof.ssa Daniela Sapienza e dott. Nicola Pangallo, nominati dalla PM Giorgia Spiri – proseguiranno le operazioni peritali con l’osservazione microscopica dei preparati biologici prelevati durante l’autopsia.
L’obiettivo è approfondire ulteriormente le cause del decesso e chiarire eventuali aspetti legati alle condizioni cliniche del detenuto, compresa la verifica delle sostanze terapeutiche che potrebbe aver assunto nel periodo precedente alla morte.
All’esame parteciperanno anche i consulenti di parte nominati dai legali dei sette indagati nell’ambito dell’inchiesta, che coinvolge i vertici dell’Istituto Penitenziario di Gazzi e i medici che avevano in cura il 27enne.
In quella stessa sede, i difensori potranno esaminare la documentazione sanitaria prodotta dalla struttura di reclusione.
I risultati dell’autopsia
Un primo punto fermo è già stato fissato dalla prof.ssa Sapienza. Gli esiti hanno escluso la responsabilità di terzi: il corpo non presentava lesioni né escoriazioni riconducibili a colluttazioni o ad altre forme di violenza. La causa della morte è stata individuata nell’asfissia da impiccamento.
Quando gli agenti della Polizia Penitenziaria sono intervenuti, per Argentino non c’era ormai più nulla da fare. Il giovane è stato immediatamente trasferito nell’infermeria del carcere, dove i medici hanno tentato senza successo le manovre di rianimazione.
Le domande ancora aperte
Resta però centrale l’interrogativo su cui si concentra l’indagine: le misure di controllo e di assistenza sanitaria cui era sottoposto il detenuto erano adeguate? Sono state rispettate tutte le procedure previste per prevenire il rischio suicidario?
Un elemento cruciale riguarda la decisione di declassare, due settimane prima del gesto estremo, il regime di stretta sorveglianza inizialmente imposto al 27enne.
Nel mese di agosto sono stati notificati avvisi di garanzia – atto dovuto in questa fase – alla direttrice del carcere Angela Sciavicco, alla vice direttrice Roberta Bulone, alla responsabile dell’area trattamentale Letizia Vezzosi e a un pool di quattro professionisti che avevano in cura il giovane: uno psichiatra e tre psicologi.
L’inchiesta punta ora a fare piena luce sulle eventuali responsabilità e sulle scelte organizzative e sanitarie adottate nelle settimane precedenti al suicidio. Il 3 marzo potrebbe rappresentare un passaggio decisivo per chiarire ulteriormente un caso che continua a suscitare forte attenzione e interrogativi.
















