“I Greci di Messina”, il libro di Daniele Macris sulla presenza greca nella città dello Stretto

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Un nuovo libro si aggiunge alle ricerche sul complesso scenario dello Stretto di Messina e del Val Demone legato alla cultura greca. Penso, tra i più recenti, a “Monaci sullo Stretto” di Antonino Tranchina, laddove si approfondisce l’architettura e la grecità medievale tra Sicilia e Calabria in riferimento al monachesimo greco. Ora, da poco pubblicato (novembre 2024) il libro di Daniele Macris “I Greci di Messina. Storia e cronache dei greci messinesi dall’VIII al XXI secolo”, Di Nicolò edizioni, presentato a Barcellona Pozzo di Gotto il 18 gennaio scorso, introdotto dal professore Nino Quattrocchi, studioso del territorio, con intervento dello stesso Daniele Macris.

Messina, città fondata da “lestai” (pirati) cumani di origine calcidese intorno all’VIII secolo a.C. ha quindi avuto sin dalle origini uno stretto rapporto con la Grecia, anche in virtù del suo porto, nodo centrale dei commerci nel Mediterraneo.

Il libro di Daniele Macris indaga la presenza greca a Messina dal Medioevo ad oggi. Una presenza, quella greca, tuttora tangibile nei nomi, nella toponomastica, nelle tradizioni, nella religione. Il libro si avvale della presentazione di Carmelo Micalizzi e della prefazione di Stefano Bottari. E proprio nella presentazione troviamo un aspetto pressoché inedito sulla Vara di Messina, la cui invenzione, attribuita a Francesco Maurolico e la realizzazione a Polidoro da Caravaggio, non raffigura l’Assunzione di Maria secondo i canoni della tradizione latina, bensì la scena ben più antica della “Dormitio Virginis” della devozione bizantina.

Macris, fondatore e segretario della Comunità Ellenica dello Stretto, docente di latino e greco, esperto conoscitore della cultura greca, per la stesura del libro ha tenuto in considerazione tutte le fonti disponibili, tutti gli studi italiani e stranieri, per poter fornire una visione d’insieme delle vicende legate alla presenza greca nel territorio messinese.

Con questa recensione vogliamo soffermarci particolarmente sugli aspetti relativi al territorio barcellonese e dintorni.

Il primo capitolo è dedicato all’evo bizantino o “romaico”, e fa riferimento soprattutto all’arrivo di Spartani nella Sicilia orientale fondatori, nei Nebrodi, della città di Demenna, centro importante che poi diede il nome al Val Demone (denominazione data dagli arabi), fino al 1812. In questo periodo incrociamo la figura di papa Leone II, che secondo alcune fonti era nativo di Rodì Milici, e fu papa per pochissimo tempo, dal 682 al 683. Troviamo pure la figura di santa Venera, nativa, secondo una leggenda, del casale di Gala.

Nell’età normanno-sveva troviamo diversi santi, tra questi san Luca di Demenna, il primo archimandrita del Santissimo Salvatore di Messina, principale monastero basiliano dal quale dipendevano tutti gli altri della zona, compreso quello di Santa Maria di Gala (prima in territorio di Castroreale, poi Barcellona) e di Santa Venera di Vanella, quest’ultimo ben studiato e ricostruito anche graficamente dal professore Nino Quattrocchi (Sui sentieri dei monaci di Vanella, Edizioni Quattrocchi, Barcellona P.G., 2017).

Nel Trecento, dopo la guerra del Vespro, avvenne un indebolimento dell’elemento greco in Sicilia e Calabria, ma si trovano documenti che ne confermano comunque la presenza, come il Privilegio di fondazione di Castroreale del 1324, con due firme in greco su un totale di dieci.

Nel 1456 il cardinale Basilio Bessarione (importante figura di intellettuale, Patriarca di Costantinopoli, dalla cui biblioteca personale nacque il nucleo fondante della Biblioteca Marciana di Venezia) è nominato Archimandrita del Ss. Salvatore di Messina, e nello stesso periodo, dal 1467 al 1501 si trova a Messina Costantino Lascaris, autore della prima grammatica greca a stampa. Macris non trascura la presenza delle icone greche nei musei di Messina e di Atene, alcune di queste provenienti proprio da Messina a seguito del terremoto del 1908.

Nel Cinquecento, tra gli allievi di Costantino Lascaris (la cui tomba messinese fu distrutta dall’Inquisizione), abbiamo Antonio Maurolico, padre del grande scienziato ed umanista Francesco, il cui nipote Silvestro fu abate del Monastero Basiliano di Gala fino al 1589. In questo periodo, sottolinea Macris, esattamente il 1° novembre 1579, avviene l’istituzione dell’Ordine basiliano orientale per i monasteri di rito greco in Italia meridionale e in Sicilia, ed elenca, sulla scorta di Silvestro Maurolico, i monasteri messinesi, a cominciare dal principale, il Ss. Salvatore, esistente nella  zona  falcata, poi demolito e ricostruito nel luogo dove ora sorge il Museo Regionale Maria Accascina di Messina (che reca incastonata nei sotterranei la cripta della chiesa), e tutti gli altri, compresi Santa Maria di Gala, e i metochi o grance, e tra questi, nel piano di Milazzo: S. Pietro di Largo fiume (Castroreale), S. Venera di Vanella (Bafia), S. Teodoro del Capo (Milazzo).

Nel Seicento, il padre gesuita messinese Placido Samperi scrive che in città vi sono popolazioni parlanti greco, non numerose ma significative, che si distinguono per provenienza e lingua, in Greci paesani e Greci levantini.

Il Settecento vede la presenza della figura del protopapa Nicolò Maria Sclavo, e Macris riporta i dati del catasto borbonico del 1748 sui beni immobili posseduti dagli esponenti della Comunità Ellenica. Parla anche dei danni del terremoto del 1783 e delle icone greche.

L’ultimo scorcio del Settecento vede presente l’azione della confraternita di S. Nicolò dei Greci. Si infittiscono i documenti relativi all’importanza dei commercianti greci a Messina.

Grazie all’oculata politica papale del XVIII secolo era stata evitata una completa latinizzazione dell’ordine di San Basilio. La conoscenza e l’uso del greco erano stati preservati a sufficienza, insieme a un rilevante livello di istruzione dei religiosi.

Il terremoto del 1908 segna una forte cesura nella storia di Messina e anche nella presenza greca che viene disarticolata ma non annullata. Sopravvissero famiglie greco-cattoliche che dovettero emigrare in Argentina. Le icone delle chiese distrutte andarono a finire in Grecia nel Museo di Atene. Nacque una lunga contrapposizione giudiziaria tra i Greci ortodossi e l’Arcivescovo di Messina, con l’estinzione storica dell’Archimandritato.

Macris presenta inoltre  una interessante e inedita rassegna stampa dei quotidiani greci dell’epoca che raccontarono il terremoto di Messina. Infine la costituzione della Comunità Ellenica dello Stretto che pone fine ad un lungo intervallo di ripiegamento, confusione e di dolorosa concentrazione sul proprio sopravvivere tra terremoti, guerre, dittature, difficoltà economiche e ricostruzione negata.