Infertilità maschile: in meno di 50 anni numero spermatozoi dimezzati in tutto il mondo

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L’allarme è stato lanciato da uno studio appena pubblicato sulla rivista Human Reproduction Update. Il prossimo 19 novembre è l’Andrology Day per sensibilizzare e informare sul tema.

Luigi Montano, presidente Area Andrologica della Società Italiana di Riproduzione Umana (SIRU): “Questo studio, che non è altro un aggiornamento ed allargamento ad altre aree del mondo di un precedente del 2017 degli stessi autori, mostra che stiamo assistendo a una gravissima accelerazione della perdita di spermatozoi a livello globale. Tra i responsabili ambiente e cattivi stili di vita, che possono influire negativamente sulla salute e sulla capacità riproduttiva maschile”.

Negli ultimi 46 anni il numero medio di spermatozoi si è drasticamente ridotto di oltre il 50 per cento in tutto il mondo. A dimostrarlo è uno studio internazionale, guidato dall’Università Ebraica di Gerusalemme e dalla Icahn School of Medicine, Mount Sinai (New York), appena pubblicato sulla rivista Human Reproduction Update. I risultati mostrano, per la prima volta, che il declino della conta spermatica non solo va avanti da quasi 50 anni, ma è addirittura accelerato nel 21esimo secolo.

“I dati sono eloquenti: abbiamo bisogno urgente di mitigare questa grave minaccia alla fertilità maschile. Non possiamo più rimandare”, dice Luigi Montano, UroAndrologo coordinatore del progetto di ricerca EcoFoodFertility, nonché presidente Area Andrologica in carica della Società Italiana di Riproduzione Umana (SIRU). “E’ ormai noto da tempo che la fertilità maschile è in calo nei paesi occidentali come pubblicato in uno studio di Carlsen del 1992 dove si rilevava un decremento della concentrazione spermatica per ml da 113 Mil nel 1940 a 66 Mil nel 1990 e poi dal 1973 al 2011 del 50.4%, quest’ultimo dato pubblicato nel 2017 dagli stessi autori di questo nuovo che lo amplia a livello globale – sottolinea Montano. Si accumulano dunque le evidenze scientifiche che mostrano un peggioramento della qualità del liquido seminale, segno che inquinamento ambientale e cattivi stili di vita sembrano influire assai negativamente sulla salute e sulla capacità riproduttiva maschile”.

Lo studio si è basato sull’analisi di dati provenienti da 53 paesi in tutto il mondo, che vengono seguiti ormai da decenni. Il periodo di riferimento del nuovo aggiornamento è di 7 anni, dal 2011 al 2018. I ricercatori hanno focalizzato la loro attenzione sulle tendenze relative al numero e alla concentrazione di spermatozoi tra gli uomini.

“I dati mostrano, per la prima volta, un significativo calo del numero totale di spermatozoi e della loro concentrazione, in particolare in Sud America, Asia e Africa, aree che in particolare negli ultimi due decenni hanno registrato tassi di sfruttamento ed inquinamento ambientale importanti – spiega Montano –. Gli autori fanno peraltro riferimento ad alterazioni nello sviluppo del tratto riproduttivo durante la vita fetale in relazione alla compromissione della fertilità e ad altri indicatori di disfunzione riproduttiva, per cattivi stili di vita, sostanze chimiche disperse nell’ambiente”. I danni alla fertilità maschile, inoltre, potrebbero essere addirittura più gravi e profondi rispetto a quelli segnalati dall’analisi della quantità e della concentrazione degli spermatozoi. In Italia, peraltro, già con lo studio FASt (Fertilità, Ambiente, Stili di Vita) finanziato dal Ministero della Salute in tre aree ad alto tasso di inquinamento ambientale, Brescia, Frosinone, Acerra e pubblicato nel febbraio 2021 sulla rivista internazionale European Urology Focus dal gruppo di ricerca EcoFoodFertility, riscontrammo alti risichi riproduttivi su giovani sani non fumatori, su cui fu anche fatta un’interrogazione parlamentare nell’ottobre del 2021, un problema che in un paese come l’Italia a bassissima natalità non può essere assolutamente trascurato – aggiunge Montano. Di recente, la SIRU e la SIA ha presentato la versione italiana dell’ultima edizione del ‘Manuale di laboratorio per l’esame ed il trattamento del liquido seminale’ dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, all’interno del quale emerge chiaramente che il numero, la forma e la concentrazione degli spermatozoi sono solo alcuni indicatori della fertilità maschile, che da soli non bastano – sottolinea Montano -. In 3 casi su 10, infatti, anche se i valori sono nella norma, la qualità del seme potrebbe non essere sufficiente. Per questo l’OMS ha indicato la necessità di effettuare nuovi esami, tra cui quelli che consentono lo studio del DNA spermatico”.

Ma mentre la scienza continua ad affinare le sue tecniche, gli specialisti invitano gli uomini ad agire in prima persona per preservare la loro capacità riproduttiva, fin da giovanissimi, dal momento che questa problematica, ancora misconosciuta, è centrale per la sopravvivenza della specie, come sottolineano anche gli autori del lavoro.

“Per questo riteniamo fondamentale promuovere la cultura della prevenzione ed in particolare di quella della fertilità particolarmente a rischio nel prossimo futuro, per questo è necessario coinvolgere come già stiamo facendo come SIRU, i Medici di Medicina Generale, i pediatri e biologi per una progetto di ampio respiro sulla prevenzione in particolare andrologica che in occasione del mese di novembre dedicato alla prevenzione andrologica e per l’ANDRODAY possa incominciare a muovere i primi passi e contribuire a poter uscire da questo periodo nero per la fertilità maschile e quindi anche per la natalità”, conclude Montano.