barcellonese accusato vilipendio

Mattarella Bis: Il presidente è solo

- Discorsi sulla soglia, Attualità

“Ciò che è, e ciò che dovrebb’essere; la miseria e la concupiscenza… I trionfi della giustizia e quelli dell’iniquita’…”

Manzoni, “Osservazioni sulla morale cattolica “

La scalinata che porta al Sacello del Milite Ignoto riluce nel sole d’inizio primavera, bianca e solenne, spoglia d’ogni orpello. Il Presidente la percorre a passo lento e fermo, a viso scoperto, togliendo il presidio ormai consueto della mascherina fino al cenno d’inchino lì, dinanzi al fuoco che arde perenne sulla tragedia della morte incolpevole di milioni di uomini, per sempre senza identità nella Storia.

La telecamera inquadra per brevi momenti il volto di Mattarella: il naturale riserbo dell’uomo è scalfito dal dolore, per la pena antica, per l’angoscia del presente. É il 25 aprile 2020.

La pandemia ha scavato sull’Italia un solco incolmabile, tra l’ieri e l’oggi: nell’arco di un mese, il Paese ha vissuto lo stravolgimento di una anomala, surreale devastazione fisica e psicologica, sanitaria ed economica. L’ansia di un attacco assurdo da un nemico non identificabile, l’incredulità sgomenta per il morso maligno di un morbo da fantascienza.

Sergio Mattarella è il presidente che ha conosciuto l’epoca più buia della storia repubblicana, dilaniata nel suo tessuto sociale da un virus, che ha espanso i suoi tentacoli, come piovra di morte, a tutti i settori della struttura civile.
Qualunque sorte ci riservi il futuro, tra i grandi enigmi del divenire come negli intrighi piccini e miserevoli della politica “effettuale”, così mi rimarrà nella memoria: il viso segnato dal pensiero delle migliaia di morti in ospedale in disperata solitudine, degli operatori sanitari allibiti e prostrati da un’emergenza insostenibile, delle domande atterrite che ognuno di noi si poneva, dell’interrogativo comune, che ci attanagliava e volevamo nascondere a noi stessi, sull’incombere della fine.
Oggi, quell’uomo solo, sullo sfondo dell’Altare ai Caduti, sembra incarnare ,più che prima, il sentimento di tanti fra noi. E vi si aggrappa il nostro smarrimento. Quelle sequenze, quell’immagine denotano non soltanto un ruolo, ma un’anima. Un monito senza retorica.

La fermezza, il senso del dovere, la dignità del riserbo. Pochi, scarni gesti. Di un uomo sofferente, ma non piegato. Consapevole del compito che ognuno deve assumersi, perché la concordia, il contemperarsi della pluralità di opinioni in una democrazia-sia pure con i suoi limiti e imperfezioni-si tramuti in prospettiva di sostegno ad un Paese che stenta a rialzarsi. Perché il confronto ,e persino il naturale scontro, tra i partiti non divenga, di fatto, l’indegna caciara di personalismi e opportunismi faziosi, cinici, impudichi: sia demos-kratos, forza del popolo. E non la “miserabile politica ” di manzoniana, sempre attuale, denuncia.

Auguri, Presidente.
Incrociamo le dita, per Lei, per noi tutti.