Il dantismo di Bartolo Cattafi

- Cultura, Attualità

Non diversamente da molti poeti moderni (che in tutto il mondo hanno riservato e continuano a riservare a Dante una straordinaria riverenza sul piano poetico, al di là di quello religioso), anche  Bartolo Cattafi nella fase della sua piena maturità poetica – insieme ad una vocazione visionaria e informale, nuova rispetto al periodo precedente – ha scelto come modello Dante in molte liriche composte dopo il 1972.

Il libro di Cattafi che più di altri risente  di un alto tasso di riferimenti danteschi è “La discesa al trono” (pubblicato nel 1975), le cui liriche costituiscono non solo una catabasi nella profondità della propria psiche, ma anche una cruda investigazione degli aspetti infernali del reale, che si manifestano in forme adombrate, latenti, mostruose. Il dantismo di Cattafi – come afferma Silva Fleires – si riscontra sia nella ripresa di diagrammi figurativi, tratti dalle cantiche della Divina Commedia, sia in locuzioni, allusioni o caricature, citazioni o neologismi di sapore dantesco.

Passi della Divina Commedia, insieme a quelli dei Vangeli e della Bibbia, offrono a Cattafi spunti per confrontarli con la sua condizione esistenziale.

Nelle varie raccolte è presente una linea di nichilismo, che  induce Cattafi a tracciare i segni del vuoto e del silenzio (“Proposta”), in marcia per l’ingresso / nel nulla (“Ingresso”). Il vero inferno è localizzato nella realtà caotica: l’universo è un lerciume, la vita una necropoli, l’arte assente, Eurìdice perduta. Il poeta immagina che su uno scafo infame / infangato di stige / ci sia un demone che sparge catrame / da poppa a piene mani (“Il guasto, lo squarcio”).

Nella lirica eponima del titolo ”La discesa al trono”, mediante un ossimoro che fonde l’ascesa con la discesa agli inferi, il trono, simbolo del potere, è accostato non all’atto di salire (come di solito si usa nel senso comune), ma di scendere. I riferimenti danteschi orientano in senso religioso il messaggio della lirica: al peccatore è vietato l’accesso al Regno dei Cieli ed egli sprofonda nel fondo roccioso aspro inebriante, dove si trova il trono di Lucifero, in preda alla disperazione (da intendersi come perdita della speranza cristiana).

L’io poetico si raffigura – tra l’altro – come un cricetide e ironizza sulla sua alienata condizione di spaesamento: roditore di sterili chilometri /… compio così  viaggi interminati / sul rotondo veicolo / della mia solitudine / topouccello volante tra le sbarre / con un tonfo infine si smonta / col corpo pesante giaccio / in fondo alla gabbia (“Cricetide”). L’aggettivo interminati, usato dal giovane Leopardi nell’Infinito, è ripreso da Cattafi, ma –  in antitesi al naufragare dolce in questo mare – richiama piuttosto la infinita vanità del tutto di “A se stesso”. E tuttavia nella lirica “Come vecchi saggi”  – dopo che il sole diventi nero / il mare sale secco –  l’attesa è vivificata dal miraggio che la colomba per sempre abbia / nel becco l’ulivo, a immagine della fine del diluvio universale su una nuova arca di Noè.

Accanto alla disperazione e all’atteggiamento nichilistico, è presente in Cattafi una componente di spiragli, che consentono all’io poetico di intuire che toccare il fondo è necessario per poter risalire verso il metafisico. Egli utilizza i termini danteschi anche per l’interpretazione allegorica del proprio percorso in chiave salvifica. Sull’esempio di Dante, Cattafi dichiara che la sua scrittura non è in grado di rappresentare il divino, l’indicibile, l’inesprimibile. Dall’invisibile l’io si sente diviso da un muro, che – oltre a essere indice di prigione esistenziale – viene presentato come un diaframma, dietro il quale si trovano ombre e presenze trascendenti, non solo inquietanti e minacciose, ma anche angeliche, che lasciano spazio ad un’ipotesi di salvezza.

Pur consapevole che la vita è un intervallo nel buio, Cattafi sente che dal divino penetra nel suo animo una luce metafisica, che filtra attraverso qualche fessura, senza però che egli possa coglierla pienamente, a causa dei limiti, cioè dei peccati che l’uomo non riesce ad allontanare da sé, ad estirparli, come la gramigna. La cecità gli impedisce di guardare questa luce perché il divino è imperscrutabile dal mondo terreno, come affermò S. Agostino. Pertanto l’avvicinamento della distanza tra creatore e creatura non viene avvertito come un varco sicuro (il nome di Dio compare solo nei versi degli ultimi anni).

Quello di Cattafi è un percorso di discesa e di redenzione, di autodistruzione e di rigenerazione, in una sorta di itinerarium mentis in Deum, come quello di Dante, anche se compiuto senza la guida di Virgilio e di Beatrice. Nella lirica “Dodici dicembre 1976” scrive: Svuotata d’ogni senso la foresta / sviscerata la folla delle cose / polpe legnose pigne rami secchi / inutili inerti / inetti anche all’incendio/ aspetto a questo vento di dicembre / chi già venne a sospingermi sul ciglio / a buttarmi nel fondo degli abissi / chi mi fece salire a colpi d’ala / oggi / sotto la sferza del vento aspetto / Terza Domenica d’Avvento.

 

 

 

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