E’ trascorso un anno esatto dal primo caso italiano accertato di Covid-19, all’ospedale di Codogno, in provincia di Lodi. Oggi, nonostante siano passati dodici mesi, siamo ancora in piena pandemia. Lo è l’Italia, lo è praticamente tutto il Mondo, anche se adesso, a partire dal 27 dicembre 2020, si è accesa una piccola speranza di rinascita rappresentata dai vaccini, che proprio oggi, nella giornata nazionale dei professionisti sanitari, sociosanitari, socioassistenziali e del volontariato, sono stati somministrati ai primi over 80 della provincia di Messina.
Al Cutroni Zodda di Barcellona, in particolare, sono stati settanta gli anziani che hanno usufruito della prima dose del del vaccino Pfizer. I primi in assoluto ad inaugurare questo momento epocale sono stati Mariano e Antonina, di 81 e 97 anni.
Nessuno all’inizio di questi dodici mesi da dimenticare, avrebbe mai immaginato le conseguenze economiche e sociali che avrebbe prodotto il virus proveniente dalla Cina su intere generazioni. La politica a tutti i livelli nelle prime settimane di febbraio non ha creduto alla sua letalità, facendo rimanere spesso inascoltati gli appelli degli esperti, gli ormai famosi virologi, anch’essi divisi nel tempo, tra convinti negazionisti ed altrettanti catastrofisti.
Il popolo è rimasto immediatamente spiazzato da una situazione che nessuno si aspettava. Infatti, quel 20 febbraio, che coincideva con il Giovedì Grasso del Carnevale 2020, in pochi si resero conto del tunnel buio in cui anche l’Italia, insieme a molti paesi del Mondo, era appena entrata. Il tentennamento iniziale delle istituzioni sulle azioni più efficaci da adottare per contrastare la diffuisione della pandemia è costato molte vite umane, tante delle quali si sarebbero potute evitare, soprattutto tra gli anziani ricoverati negli ospedali e nella case di cura di Lombardia e Veneto. Solo il 10 marzo è arrivato il lookdown in tutta Italia, che la gente è riuscita a rispettare a fatica anche in Sicilia e nelle regioni del Sud, dove i numeri del contagio erano certamente contenuti rispetto alle zone del Nord Italia. In realtà proprio quel lockdown, annunciato un giorno prima, ha innescato la diffusione del Coronavirus su tutto il territorio nazionale, con l’ormai nota fuga notturna di tanti meridionali dalla Lombardia e dal Veneto verso le loro residenze e le loro famiglie. Dopo una fase di lenta ripresa, il caldo estivo ha fatto credere a molti che la guerra fosse stata vinta, ma in realtà il virus ha proseguito la sua corsa sotto traccia, tornando con prepotenza in autunno, in coincidenza con la riapertura delle scuole e con il ritorno dalle vacanze estive, soprattutto all’estero, a cui molti italiani non hanno saputo rinunciare. La seconda ondata è stata molto più dura proprio nelle zone meno colpite nella primavera 2020. La Sicilia, che aveva pagato un tributo di soli 280 morti alla data del 15 giugno 2020, oggi ne conta 3.963. E adesso si guarda al vaccino per limitare i danni di una terza ondata, quella delle cosiddette varianti, che senza la necessaria attenzione si preannuncia ancora più pesante della seconda.
Non è stato facile, e non lo è tutt’ora, affrontare un’emergenza sanitaria come quella dell’attuale pandemia, ma se all’inizio, proprio per l’impossibilità di conoscere bene un “nemico invisibile”, gli errori sono in qualche modo stati giustificati, dall’estate in poi, la politica, le istituzioni ed i cittadini hanno fatto la loro parte per diffondere il contagio. La politica ha cercato di mantenersi in equilibrio, tentando di accontentare le istanze di tutti, tra la necessità di tutelare la salute e l’esigenza di non penalizzare l’economia. A conti fatti, però, il sistema della differenzazione delle fasce di rischio con l’assegnazione di colori diversi per ciascuna Regione non ha raggiunto fino in fondo nessuno dei due obiettivi. La seconda ondata è stata peggiore della prima e la maggioranza degli italiani non ha più accettato a partire da settembre serenamente le restrizioni ad intermittenza imposte dalle istituzioni.
La pandemia ha poi messo in evidenza i pregi ed i difetti del sistema sanitario italiano, smantellato da anni nelle sue strutture pubbliche, nonostante tanti medici ed infermieri abbiano dimostrato con i fatti, sacrificando la propria vita, la passione per il proprio lavoro. Il personale sanitario ha, infatti, dato prova di saper affrontare anche questa emergenza, anche davanti a carenze strutturali enormi emerse soprattutto nelle regioni del Sud. La mancanza di posti letto, di terapie intensive, ma anche di dispositivi di protezione nella prima fase dell’emergenza è stata denunciata a tutti i livelli. I danni di vent’anni di malasanità, in cui sono state drenate risorse dal settore, riducendo gli ospedali e dimezzando gli organici, non potevano essere recuperati in solo un anno. Le buone intenzioni sul potenziamento della Sanità, soprattutto a livello siciliano, non hanno trovato immediato riscontro e solo i prossimi mesi ci diranno se il lavoro avviato nell’ultimo anno sarà capitalizzato per garantire il diritto alla salute nelle strutture pubbliche.
In un anno così complicato i partiti politici hanno dimostrato come spesso la ricerca del consenso e il conseguimento dei propri interessi particolari non sempre corrispondano al bene comune, innescando una crisi di governo che avrebbe potuto rallentare ulteriormente il percorso di lotta al virus e di contenimento dei danni da esso prodotti.
Questo anno di pandemia ha soprattutto fatto emergere in tutta la sua evidenza come l’uomo nei secoli reagisca quasi sempre con meccanismi mentali simili alle stesse paure.
Come in tutte le grandi pandemie della storia si sono ripetuti, infatti, i medesimi meccanismi di difesa contro un nemico invisibile. La letteratura e i libri di storia sono pieni di aneddoti su negazionisti o su persone che anche secoli fa ricercavano la causa della peste non in origini scientifiche, ma nell’aria avvelenata o in una punizione divina. Le pagine dei libri riecheggiano pure di episodi sulla caccia agli untori, come quello famoso riportato nel saggio “La storia della colonna infame” diventato poi appendice dei Promessi sposi. Nel Seicento raccontato da Manzoni si moltiplicarono, come oggi, in maniera confusa “grida” per arginare la diffusione del morbo e pure allora, come anche nel periodo della peste del Trecento del Decameron di Boccaccio, gli uomini furono costretti ad assistere inermi all’impotenza dei medici, all’inutilità dei provvedimenti presi, alla dissoluzione delle istituzioni e alla disgregazione dei rapporti umani e sociali. La storia si ripete con gli stessi episodi di negazionismo, di menefreghismo e di indifferenza nei confronti dei morti, a causa dell’immutabilità della natura umana, come diceva Niccolò Machiavelli, che sottolineava come “Sulla immutabilità della natura umana si basa l’utilità dello studio degli antichi. I medesimi vizi, le medesime passioni, le medesime virtú si riscontrano nell’uomo di allora e nell’uomo di ogni tempo”. Uomo che nei momenti peggiori spesso dà anche il peggio di sè.
Secoli dopo non ci resta, però, che credere fermamente nella scienza, aggrappandoci ad essa come all’unica ancora di salvataggio. Oggi più che mai siamo chiamati a farlo nella giornata nazionale dei professionisti sanitari, sociosanitari, socioassistenziali e del volontariato, istituita con la legge 155/2020 dello scorso novembre “per onorarne il lavoro, l’impegno, la professionalità e il sacrificio nel corso della pandemia di Coronavirus nell’anno 2020”.
In questa giornata tutte le professioni ricordano chi non c’è più per colpa di Covid-19, ma anche chi per il virus si è ammalato e chi è in prima linea per contrastare e fermare la pandemia.
Per questo i camici bianchi chiedono con fermezza che “si dia impulso alle campagne vaccinali e che si calibri l’assistenza e la cura non solo sugli ospedali, essenziali per la vita delle persone, ma anche sul territorio perché non esistano situazioni di contagio nascosto e perché nessuno debba soffrire anche per le conseguenze personali e sui propri cari della pandemia”.


































