La Sicilia crocevia di miti

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Miti di Sicilia è una raccolta di dieci racconti mitici, composti da altrettanti scrittori e scrittrici (siciliani o che hanno rapporti di empatia con la Sicilia) con l’intento di rivisitare o reinterpretare alcuni miti del passato alla luce della situazione attuale.

Nel tempo in cui viviamo costretti a stare lontani dalle persone più care a causa della pandemia, il mito è un rifugio consolatorio e può aiutarci a meditare su chi siamo, in una realtà stravolta dalle conseguenze profonde che le crisi sanitaria ed economica, aggiungendosi a quella ambientale, hanno provocato in tutto il mondo.

Del mito, dicono gli antropologi, è importante ciò che rimane dentro di noi – cioè l’archetipo che ci parla ancora  – quando abbiamo dimenticato tutto il resto.

Le narrazioni (che sono state tramandate da una generazione all’altra – all’inizio solo oralmente) sono in gran parte frutto della creatività straordinaria e varia della civiltà greca, trapiantata in Sicilia, dove l’eco della grecità è ancora presente nella voce di molti poeti. I racconti avevano un effetto catartico per sanare imperfezioni, falli e magagne (la tracotanza, o ubris) e ancora oggi evidenziano comportamenti e indagano sentimenti, rapporti di amore e di odio, potere, seduzione.

I miti, intrecciando realtà storica e immagini interiori, danno una interpretazione della complessità del mondo e del comportamento degli eroi, che dagli intellettuali nell’epoca greca classica venivano giudicati essenzialmente in base alla prevalenza o meno del senso della misura e della bellezza e alla capacità del singolo di autoimporsi le regole di convivenza civile (sacre erano l’ospitalità e l’accoglienza), anche opponendosi agli dei e al fato.  

La Sicilia è stata palcoscenico di tante narrazioni (non solo nei poemi omerici e nell’Eneide) sia per la sua posizione di crocevia al centro del Mediterraneo, sia per ragioni storiche. Ciò costituisce anche un motivo di forte attrazione turistica per viaggiatori che vogliano fare esperienza dell’anima di un territorio.

Molte sono le zone dell’isola che fanno da sfondo ai racconti mitici: da Erice allo Stretto di Messina, dall’Etna ai giardini intorno ad Enna, da Siracusa ad Aci (nel catanese), a Camico (nell’agrigentino), ecc. Nelle nostre contrade, oltre al mito di Castore e Polluce (i tindaritani venerati a Tindari), era molto diffuso quello di Artemide o Diana Facellina, alla quale erano dedicati vari templi nell’entroterra della piana di Milazzo sulle colline, oggi identificabili nel comprensorio tra S. Lucia del Mela e Castroreale. L’architetto Pietro Genovese ha riconosciuto le fondamenta di uno dei Templa Dianae Phacellinae sul Cronio di Monte S. Onofrio alle spalle di Acquaficara, dove – secondo lui – sorgeva il villaggio siculo greco di Longane. Sulla presenza di tale culto è prezioso il volume scritto da padre Giovanni Parisi intitolato “Alla ricerca di Diana Facellina nel mito e nella storia”.

Nel libro pubblicato di recente da La Repubblica il primo racconto – “Una notte di lava” di Emanuela Abbadessa – ha come protagonista Empedocle, il filosofo alchimista agrigentino, del quale – per screditarlo – si narra che si gettò nel cratere dell’Etna perché si riteneva immortale.

Il tema dell’amore che vince ogni ostacolo è oggetto di due racconti. Silvana Grasso ha riproposto il mito della fonte Aretusa e di Alfeo con il titolo “D’amore e d’acqua pura”. il vecchio innamorato Alfeo, trasformato in fiume, dopo avere attraversato il mare dalla Grecia a Siracusa, si congiunge nell’isola di Ortigia con il corpo della amata ninfa che si era sciolto in una fonte.

Polifemo, Galatea e Aci sono protagonisti del racconto di Nadia Terranova, intitolato “Il sogno del Ciclope”.  L’amore sognato spinge Polifemo a uccidere con un masso Aci, il cui sangue viene trasformato in fiume, che – scorrendo sotto la lava – si immette nel mare, in modo che Galatea, immergendosi nelle acque, si può ricongiungere con il suo amato.

Il Ratto di Proserpina nei prati intorno ad Enna  viene richiamato nel racconto di Stefania Auci “Demet e la fanciulla scomparsa”, in cui è protagonista la madre di una giovane studentessa dei nostri giorni, immaginata come una moderna Proserpina.

Nel racconto di Giacomo Pilati il forte pugile Erice (figlio di Afrodite, nel cui tempio ericino le sacerdotesse ierodule venivano offerte a pagamento agli stranieri) sfidò a un combattimento Eracle, che lo sconfisse. La gara di pugilato tra l’eroe civilizzatore greco e il lottatore Erice è simbolo della espansione della Grecia che si impose sulle realtà locali. Eracle si era recato in Sicilia dopo che aveva sottratto a Gerione gli armenti sacri al dio Sole nell’estremo occidente, dove aveva fissato i limiti del mondo allora conosciuto – le colonne d’Ercole.

In epoca risorgimentale è ideata e allogata la rielaborazione di Gaetano Savatteri del mito di Cocalo (re della città di Camico, che uccise Minosse venuto in Sicilia per punire Dedalo e conquistare la Sicilia), rievocato da un vecchio pastore, che viene incontrato dal protagonista, un picciotto siciliano, mentre si sta recando a Palermo per partecipare alla rivoluzione garibaldina, che avrebbe dovuto cambiare la realtà siciliana.

Gian Mauro Costa ha ripensato e riscritto alla luce della contemporaneità il mito di Tifone (Tifeo) – fratellastro dei giganti che tentarono di dare la scalata all’Olimpo, per spodestare gli dei del cielo -, il quale venne sprofondato sotto l’Etna. L’autore ha immaginato che il protagonista, un esperto artificiere palermitano impelagato in una faida di mafia, ha vissuto una vicenda simile a quella di Tifeo, lottando contro gli dei di Cosa Nostra. Messo in prigione da molto tempo, due volte l’anno – per le feste di S. Rosalia a Palermo e di S. Agata a Catania – a lui ormai vecchio viene concesso un permesso di libera uscita ed egli – attraverso i giochi pirotecnici, di cui è maestro – mette il suo talento al servizio degli uomini.

Matteo Nucci in “L’occhio del capro” racconta le orge dei Satiri, nati dalle ninfe ingravidate da Pan. Essi rappresentano il rovescio grottesco del senso della misura e insieme a Dioniso nelle zone intorno all’Etna danzano in preda all’estasi dionisiaca, come la statua del satiro di Mazzara del Vallo.

Risale al medioevo il racconto “La straniera” di Maria Rosa Cutrufelli, del quale è protagonista la fata Morgana, venuta dalla Britannia in Sicilia per fare saldare dai fabbri nella fucina dell’Etna i due tronconi della spada (excalibur) spezzata di re Artù e in certe giornate con la sua magia unisce le sponde dello Stretto di Messina con un ponte di luce.

Richiama vagamente la leggenda di Colapesce il racconto di Ruska Jorljoliani, intitolato “La dissoluzione”, del quale è protagonista una donna-pesce microbiologa, che vive in una realtà ultramoderna e si sacrifica per il bene della comunità, analogamente al protagonista messinese di epoca normanna, che – rimanendo nei fondali marini – evita che la Sicilia venga sommersa dalle acque.

 

 

 

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