Essere educatori nell’epoca postmoderna

- Attualità, Discorsi sulla soglia

Viviamo un’emergenza educativa senza precedenti. Il disagio sociale e psicologico di bambini e giovani spesso sfocia in comportamenti devianti, derivati dalla concessione di libertà, che i nostri figli non sanno gestire al meglio.

La nostra è l’epoca in cui i social network si sostituiscono ai genitori, in cui assistiamo ogni giorno allo svilimento continuo del ruolo del docente, al quale un tempo veniva conferita dalla società un’autorità simbolica, un riconoscimento sociale ed etico che derivava semplicemente dal rivestimento del suo ruolo. Tutto ciò porta ad una deriva educativa allarmante, con conseguenze che potrebbero condurre, in un tempo non lontanissimo, ad un punto di non ritorno.

Nel bellissimo libro di Massimo Recalcati “Cosa resta del padre? – La paternità nell’epoca postmoderna” è contenuta una riflessione profonda sulle motivazioni, a causa  delle quali spesso i genitori non sono più in grado di educare i propri figli e preferiscono così delegare il proprio compito ad altri, rinunciando di fatto ad un ruolo importantissimo per il futuro della nostra società.

“Il disagio che si avverte – afferma Recalcati – è legato soprattutto all’incitamento capitalistico a un godimento continuo e insoddisfacente. Incredibilmente nel continuo richiamo delle merci il disagio è dato dalla difficoltà di accesso al desiderio, che dipende direttamente dall’assenza della Legge del padre e del suo potere di interdizione. I padri devono tornare a rappresentare una possibilità di esistere, devono trasmettere il loro modo di vivere, assumendosi la responsabilità di imporre la loro Legge e di tramandare il loro esempio. Essere genitori oggi vuol dire essere in grado di educare al limite, saper dire di no e saper indirizzare verso desideri non distruttivi”.

Recalcati, citando Lacan, parla di “evaporazione  del padre” così come lo si intendeva un tempo, il “pater familias”, colui che univa Legge e Desiderio. Socialmente non gli viene più riconosciuta questa funzione. Ogni tentativo di ripristinarla è, inoltre, destinato al fallimento. Una volta riconosciuta l’evaporazione del padre, afferma Recalcati, non è più possibile fare affidamento sull’autorità simbolica, che gli derivava dalla tradizione, ma bisogna far leva sulla testimonianza. Si può essere ancora genitori che ‘generano’ rispetto non per il solo fatto di essere tali, ma grazie ai propri atti. Per fare questo è necessaria una testimonianza incessante del proprio essere, anche con le proprie fragilità, per farsi riconoscere dai figli come figure indispensabili di riferimento. Non si può solo educare imponendo divieti, come accadeva un tempo, ma bisogna dare l’esempio con i fatti concreti della propria esistenza, con la coerenza di pensieri, parole ed azioni.

Come diceva Sant’Ignazio di Antiochia “Si educa molto con quello che si dice, ancor più con quel che si fa, molto di più con quello che si è”.

E’ necessario, quindi, al più presto un’inversione di rotta. L’educazione non può essere e non deve essere paritaria, presuppone sempre l’esistenza di un’asimmetria di potere tra chi la dà e chi la riceve. La confusione e talvolta anche l’inversione dei ruoli causano, invece, l’assenza di punti di riferimento solidi. Per la sua formazione il bambino non ha bisogno solo di compagni di giochi, come il più delle volte si trasformano i genitori nell’epoca postmoderna, ma di guide, come avveniva in passato quando i ruoli erano nettamente distinti, che gli indichino in modo inequivocabile ciò che è giusto e ciò che è sbagliato fare.

Il genitore deve reimparare a dare in maniera autorevole delle regole, le quali sono necessarie per far capire che esistono dei limiti che non bisogna assolutamente valicare.

Inoltre, è necessario che anche il docente, che è responsabile dell’educazione dei giovani insieme alla famiglia, torni ad essere educatore nel senso più nobile della parola.

Nella nostra società, come afferma Andrea Bajani nel libro “La scuola non serve a niente” assistiamo non solo all’evaporazione della figura del padre ma anche di quella del docente. Viviamo in un paese in cui tutti vogliono insegnare e nessuno avverte l’esigenza di imparare. In tale contesto il docente ha smarrito la sua funzione e talvolta rassegnato pensa di non poter più incidere sul futuro delle nuove generazioni. Per riappropriarsi del suo ruolo di educatore il docente deve reagire ai condizionamenti sociali, agli stereotipi che spesso lo vogliono impiegato statale fannullone, alle paure delle famiglie, alla loro totale inesistenza.

Deve reagire allo sconforto del “tanto non cambia nulla”, deve reagire alla delegittimazione del proprio ruolo e riabilitare se stesso e la propria insostituibile funzione sociale, testimoniando, senza timore, il proprio essere “insegnante”, che secondo l’etimologia della parola significa “colui che imprime segni nella mente degli alunni” e contemporaneamente di “educatore”, cioè di  “colui che tira fuori il meglio” di ciascun essere che è affidato alla propria cura. Degli alunni bisogna avere la stessa attenzione che il contadino ha dei frutti del proprio lavoro, dal momento in cui semina fino a quello in cui raccoglie. Il docente è un “contadino metaforico”, come sottolinea Bajani nel suo libro, e deve avere la pazienza di aspettare i frutti e di prendersi cura delle proprie piante, di cui ha il dovere di essere una guida, esattamente come il genitore, stabilendo con certezza regole e limiti, spazi entro cui si può agire e confini che non bisogna oltrepassare.

Foto da Genitori.com

 

 

 

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