Un giallo ancora avvolto nel mistero dopo diciassette anni esatti. E’ la storia del giovane urologo, Attilio Manca, morto “suicida” nella sua casa di Viterbo l’11 febbraio 2004. L’uomo che, secondo i pentiti, a Marsiglia operò alla prostata il boss Bernardo Provenzano.
Un suicidio apparentemente perfetto, visto il ritrovamento di due siringhe accanto al corpo, che farebbero pensare ad una morte causata da overdose di eroina. Il caso venne affidato alla squadra mobile di Viterbo, allora guidata da Salvatore Gava, condannato definitivamente per falso ideologico con abuso delle funzioni per i fatti del G8 di Genova. Le indagini, però, si rilevarono superficiali, incapaci persino di appurare delle evidenze. Attilio era mancino: come avrebbe fatto quindi, tra le altre cose, ad iniettarsi il letale mix nel braccio sinistro? “Lacunosissima” – come la definisce la Relazione della Commissione parlamentare antimafia – perfino l’autopsia.
Negli ultimi 17 anni, i genitori di Attilio, Angela e Gioacchino Manca, hanno lottato per ottenere la verità, supportata non solo dalle prove, ma anche dalle testimonianze di ben 5 collaboratori di giustizia.
Il primo collaboratore che parlò dell’omicidio di Attilio Manca fu il casalese Giuseppe Setola. “Setola – si legge nella Relazione della Commissione Antimafia – riferì ai magistrati di aver appreso in carcere dal boss barcellonese Giuseppe Gullotti che il giovane medico era stato assassinato dalla mafia dopo che era stato coinvolto nelle cure all’allora latitante Bernardo Provenzano”.
Fu poi il turno del pentito bagherese Stefano Lo Verso che, nel corso del suo esame davanti alla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo Borsellino quater, parlando delle cure a Bernardo Provenzano, fece riferimento “ad una statuetta che egli aveva ricevuto dal boss corleonese e che, per la sua provenienza, poteva aiutare a fare luce sull’assassinio di Attilio Manca”.
Dopo di lui, fu la volta del collaboratore di giustizia barcellonese Carmelo D’Amico. “D’Amico – riporta l’Antimafia -, sentito dalla direzione distrettuale antimafia di Messina, ha dichiarato che Attilio Manca è stato assassinato, perchè era stato coinvolto nelle cure dell’allora latitante Provenzano. Manca era stato poi assassinato, con la subdola messinscena della morte per overdose, da esponenti dei servizi segreti e in particolare da un killer operante per conto di apparati deviati, le cui caratteristiche erano la mostruosità dell’aspetto e la provenienza calabrese”.
A dare la sua testimonianza anche il pentito Giuseppe Campo, “Il quale – secondo la Relazione – ha rivelato di essere stato contattato per l’uccisione di un medico barcellonese, prima di apprendere che la mafia del territorio aveva poi operato diversamente, uccidendo l’urologo nella propria abitazione a Viterbo e simulando una morte per overdose”.
L’unica imputata ad aver subito un processo nel corso di questi lunghi diciassette anni è una conoscente di Attilio, Monica Mileti, che faceva uso di stupefacenti e che fu accusata di aver fornito le dosi.
“Non riusciamo a comprendere – affermano i genitori Manca – per quali motivi l’imputata abbia rinunciato a prove che erano a lei senz’altro utili. L’unica risposta è quella che diede a Lorenzo Baldo, al quale dichiarò di sapere di essere un capro espiatorio. Se, però, Monica Mileti può fare ciò che ritiene anche contro di lei, quello che non possiamo comprendere, e che anzi rifiutiamo ostinatamente, è che la Giustizia italiana possa pronunciare sentenze impedendo che nei processi entrino le prove sui fatti oggetto del giudizio”. E poi la frase finale, la più amara: non si tratta più del suicidio di Attilio Manca ma del “suicidio morale della Giustizia”.
