“Tra il bene e il male”, poemetto inedito e fuori commercio di Carmelo Aliberti

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Il professore, poeta, critico letterario di Bafia non smette di stupirci. Se con “Briciole di un sogno” ci ha risvegliato dal torpore del lockdown, è con il poemetto “Tra il bene e il male” che Carmelo Aliberti dona parte della sua anima a chi lo legge e lo segue sin da quando ne ha memoria.

Un “testamento etico per la rigenerazione della nuova generazione” – così è stato definito dallo stesso autore che lascia ai suoi nipotini una dedica speciale.

Il poemetto è disponibile per la lettura sul blog “Terzo Millennio”, al seguente link: https://terzomillennio2009.files.wordpress.com/2020/10/tra-il-bene-e-il-male-2-per-stampa-1.pdf.

Di seguito la prefazione:

“Tra il bene e il male”: per raccontare le brutture del mondo, conservando storia, memoria e amore. Una preghiera, un saluto accorato, un dono di inestimabile valore per chi, privilegiato, discende da un poeta.

“Tra il bene e il male”, ultimo poemetto ancora inedito di Carmelo Aliberti è Agàpe per il mondo intero.

Con estrema semplicità sintattica il poeta e critico di Bafia riesce ad emozionare chiunque si accosti alla lettura dell’ultimo dei suoi scritti che, sin dagli albori della sua carriera, sono sempre stati una fonte da cui attingere storie antiche, memoria e morale riuscendo a scorgere e trovarsi tra le mani la forza per tornare a galla in quel mondo così ostile che oggi ci appare più che mai liquido.

La trasmissione della generazione avviene nei primi versi del poemetto, in cui Aliberti si mostra ‘nudo’ davanti alle uniche creature al mondo che gli infondono gioia e speranza: i suoi dolcissimi nipotini.
Così, in un’epoca in cui ai genitori è impossibile sempre più lasciare lasciti materiali per via delle brutture del mondo, i nonni riescono a dare ancora un’altra lezione di vita che si traspone nell’essenzialità della continuazione delle generazioni future. Se nulla di materiale si può donare, possiamo noi donarci ai pargoli attraverso il nostro sapere, la nostra esperienza e la nostra conoscenza.

Quello di Aliberti è l’ennesimo esempio di come un poeta prima e un maestro dopo, ha una soluzione che discende direttamente dai suoi sentimenti e dalla sua sensibilità, la dote più elegante di cui si può vestire l’intelligenza. La più autentica eredità consiste, quindi, nel modo in cui abbiamo fatto tesoro delle testimonianze che abbiamo potuto riconoscere dai nostri avi. Da questo punto di vista, ogni figlio deve interiorizzare che il destino di erede è quello di essere anche orfano come l’etimologia greca, mostra: erede viene dal latino heres che ha la stessa radice di cheros, che significa deserto, spoglio, mancante e che rinvia a sua volta al termine orphanos. Così l’orfano, come il nipote senza il nonno, quando lo sarà, diverrà il giusto erede, colui che non si limita a ricevere ciò che gli avi gli hanno lasciato. Piuttosto, deve compiere, come direbbe Freud attraverso Goethe, un movimento di riconquista della sua stessa eredità: “ciò che hai ereditato dai padri riconquistalo se lo vuoi possedere”. In questo senso l’eredità autentica implica un movimento attivo del soggetto più che una acquisizione passiva.

Qui il poemetto diventa un pretesto, un libretto d’istruzioni, una buona base di certezza e sapienza da poter mettere in atto.
Quindi cosa si eredita se non si eredita un Regno, se non si è figli di Re?
La trasmissione del desiderio da una generazione all’altra, nient’altro che il modo con il quale i nostri padri hanno saputo vivere su questa terra provando a dare un senso alla loro esistenza; il modo con il quale i nostri padri hanno dato testimonianza del loro desiderio, ovvero che si può vivere con slancio, con soddisfazione, dando senso alla nostra presenza nel mondo.

Nella seconda parte del poemetto, l’autore cambia gli stakeholder e si rivolge ai lettori come al mondo intero, all’individuo come a Roma e al Divino Cieco per parlare della Provvidenza e instillare nel cuore di ciascuno che è in balia di fiabe e brutture, il senso fermo del “credere”. Religione oppure no, la credenza e la mistificazione sono parti di noi stessi che non vanno eluse mai, né soffocate dal fluire inquieto dei giorni e mischiate a quegli occhi ‘nuovi’ che vedranno meraviglie, nel territorio in cui si trovano.

Ecco allora affiorare il territorio: la rocca Salvatesta, il torrente del Patrì e moltissime altre sfaccettature.

E come cancellare con un colpo di spugna Turi
Coddulongu, sbandato di guerra, con il boato delle
armi dentro il cuore, gli occhi accecati dalle
bombe, la mente incapace di capire che era un
cimitero di stragi e di dolore il mondo intorno a cui
ruotava appeso nel vuoto ad un aereo nemico con
la corda d’acciaio attorno al collo.
Turi tra urla infuocate di tormento, turbinava
con girandole del corpo in sintonia con il boato dei
motori sferzati da turbine rapinose.

L’incipit della dedica a “Turi Coddulongu” con cui si chiude il poemetto giova, poi, a trovare la chiave della ‘traduzione’ di quel gesto. Scrivere il poemetto è stata un’esigenza per cantare gesta, storia, uomini di valore e lasciarle impresse nella “memoria”.
Che sia di un bambino o una bambina, di un improbabile lettore o dei discendenti di Turi, il poemetto non è che un’esortazione al coraggio attraverso l’amore. “Omnia vincit Amor” è un ritornello che torna spesso come sfondo agli scritti di Aliberti e non poteva mancare in questo caso, in cui poetica e sentimento si fondono in un più ampio e più puro intento, quello di rimanere al fianco di chi ancora in primavera allieta e scalda le giornate autunnali di un mondo che sa di inverno e sentimenti liquidi. Il rimedio sta tutto qui: “Tra il bene e il male”, trovare sempre il giusto equilibrio e farsi guidare dall’insostituibile valore della fede che salva e nutre la forza del desiderio senza la quale la vita appassisce e ci regala un messaggio di ineguagliabile valore: respirare l’amore in famiglia insegna l’amore nella vita.

Cristina Saja

 

 

 

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