Scirocco e Zagara, la fiaba nera di Antonino Genovese

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Una villa nei pressi del Parco “Jalari”, con vista spettacolare sulla piana e sul mare lontano (nel quale “navigano” le Isole Eolie – visibili e più “vicine” nei giorni ventosi), è lo scenario nel quale viene compiuto il delitto oggetto dell’inchiesta che il maresciallo Gianluca Mariangelo svolge tra l’inebriante profumo di zagara e il vento soffocante di scirocco, aspetti contrastanti del vivere in Sicilia.

Il cadavere di don Giovanni Rossi è stato ritrovato nella piscina della sua lussuosa villa. Insieme al brigadiere Fabio Fascio, il maresciallo scopre aspetti degradati di una realtà, che si tinge di fiabesco macabro con lo svelamento finale.

Il sacerdote ucciso non ha saputo sottrarsi alle ripugnanti regole non scritte di una società nella quale spesso il lecito convive con l’illecito e chi non ha scrupoli accetta di allearsi con la mafia. Don Giovanni Rossi astutamente ha camuffato i suoi affari loschi sotto forma di aiuto agli orfani (progetto “Tulipano”) e di accoglienza di immigrati, con la costituzione di alcuni Centri, finanziati dallo Stato e gestiti dalla Onlus “Amore senza limiti”, in cui è intrigato anche monsignor Cancellieri. Gli inquirenti scoprono che l’ucciso ha accumulato dietrouna parete di cartongesso ingenti quantità di denaro e ha coltivato rapporti anche con la Massoneria, oltre che con le alte sfere della gerarchia ecclesiastica. Queste ultime, insieme ad alcuni dei rappresentanti delle istituzioni, giocano una parte indecorosa, perché cercano di insabbiare le indagini per evitare che venga infangata la Chiesa.

Nell’inchiesta viene scoperto lo scellerato comportamento in campo sessuale del sacerdote, che ha violentatogiovani minorenni, oltre ad avere rapporti con prostitute. La pedofilia si profila come uno dei temi centrali del romanzo, il cui intreccio sapientemente mescola realtà e finzione.

Antonino Genovese conosce bene l’arte della suspense nel giallo. Raffigura la sofferenza psicologica e la paura. Dà voce ai più deboli.

Nello scandagliare il mondo sotterraneo degli intrallazzi tra mafia, prostituzione e traffici illeciti, egli traccia un mosaico di piccole tessere, ricche di dettagli relativi alla realtà cittadina di Barcellona Pozzo di Gotto, che insieme disegnano una società molteplice, mutevole e liquida, impregnata di tradizioni e insieme trasgressiva.

Lo stile è scorrevole, il linguaggio essenziale, con l’innesto di espressioni popolari. Il racconto è inframezzato da dialoghi ed è ricco di descrizioni paesaggistiche. Le puntualizzazioni localistiche sono inserite senza forzature. L’autore si sofferma sulle abitudini dei poliziotti di frequentare i bar o i pub, sparsi tra le vie e le piazze, dove consumano granite o amari, e apprezzano la cucina tradizionale dei ristoranti della costa.

Nei loro discorsi emergono i problemi gravi e le condizioni sociali della città e del territorio della piana tra Tindari e Milazzo. C’è chi definisce la città “senza futuro” o piangente “sotto i morsi della sciagurata gestione” del sindaco e della giunta. Tuttavia non mancano le attitudini positive, come le attività culturali e il volontariato, che fanno sperare in cambiamenti innovativi.

Oltre le suggestioni locali, l’autore dipinge l’indole dei principali personaggi. Nel maresciallo Mariangelo sono individuate le sfumature più sottili dell’animo. Egli ha un carattere fermo e tenace, anche se è stato segnato da un trauma giovanile provato durante una brutta esperienza nel mare in tempesta; il senso di vomito lo assale in presenza di un cadavere; il vizio (la schiavitù) del fumo è tra i motivi di dissidio con la moglie. Dalle battute di quest’ultima emerge una insofferenza, che lei camuffa affermando che il marito la trascura, perché è tutto preso dalle sue indagini poliziesche. Il suo vero problema è il fatto di non poter avere un figlio. Ma in realtà lei lascia il marito, tornandosene a Lipari, il suo paese natale, per un altro motivo, che rivela apertamente, dicendogli che non vuole abitare a Barcellona, che secondo lei “non è la città giusta in cui far crescere i figli”. Il loro matrimonio rimane aperto a una probabile riconciliazione.

La soluzione dell’inchiesta è frutto della intuizione del maresciallo, che gli consente di appurare che a uccidere il sacerdote non è stata la mafia (il cui boss continuerà a sfuggire alla cattura da parte delle forze dell’ordine). Il giallo si tinge di fiabesco nella rivelazione finale del mistero della sirena del lago, che dà al racconto un taglio simbolico – allegorico, e nella scoperta dell’autore dell’omicidio (che preferisco non svelare).

Il romanzo, a mio avviso, ha molti tratti che lo avvicinano al poliziesco di Camilleri; ma ha anche riflessi dal giallo di Sciascia, secondo il quale, in un contesto in cui regna la ganga, il grumo, i veri responsabili rimangono latitanti. La scelta di mettere in copertina il barcone tra i flutti della tempesta potrebbe alludere sia al trauma giovanile del maresciallo, sia alla nave senza nocchiero in gran tempesta della società.

Antonino Genovese è dotato di indubbie capacità di inventiva e sicura padronanza di linguaggio puntuale e variegato. Dopo il successo dei racconti per l’infanzia, è ormai un affermato scrittore di gialli (oltre a essere apprezzato medico anestesista, rianimatore). Nel 2019 con “La morte in uno specchio” ha ottenuto il secondo posto del Premio “I Sapori del Giallo”, città di Langhirano (provincia di Parma). Pacifica il suo animo nella scrittura.