Il Coronavirus ai tempi dei social media

- Discorsi sulla soglia, In evidenza

In queste settimane abbiamo assistito a un proliferarsi di notizie su un nuovo virus, sconosciuto a scienziati e virologi, per il quale non esiste un vaccino.  Le notizie sono arrivate nelle nostre case, dapprima a contagocce, perché il virus era molto lontano da noi (come se esistessero più le distanze in un mondo globalizzato) e, quindi, ne eravamo del tutto immuni. Il virus era stato trasmesso dagli animali (forse attraverso i pipistrelli) agli uomini per poi mutare geneticamente o era stato creato ad hoc in laboratorio come arma batteriologica per distruggere l’umanità o purificarla come un nuovo diluvio universale? Poco ci importava, tanto era una questione che riguardava solo i cinesi, su cui si sono scatenati la diffidenza e l’odio razziale.

Quando è giunto il momento della sua comparsa anche nel Nord Italia le notizie ci sono state trasmesse in modo contraddittorio e poco chiaro. All’iniziale bombardamento mediatico dei primi giorni  è seguito un freno ottimistico, forse dettato dal tentativo di proteggere la nostra economia. In questa prima fase, l’errore principale dei media è stato quello di dare diritto di parola a persone poco accreditate a rilasciare dichiarazioni su virus, contagi e dati statistici, perché sprovviste di titoli idonei. Anche il mondo tecnico-scientifico ha avuto le proprie responsabilità:  in assenza di certezze sarebbe stato più corretto tacere.  Ci è stato, invece, detto da alcuni “specialisti” che il Coronavirus era poco più che una banale influenza e che a morire sarebbero stati soltanto gli anziani o le persone già malate o immunodepresse (come se gli anziani e i malati fossero solo dei numeri e non avessero genitori, figli, fratelli, amici a soffrire e a piangere la loro morte). E’ stato anche sottolineato da più parti che era un virus insidioso, di cui non si conoscevano a fondo le conseguenze o le possibili evoluzioni, che ai casi di sintomi lievi si contrapponevano quelli degeneranti in polmoniti gravi, tali da richiedere il ricovero ospedaliero o, in situazioni più complesse, anche il ricorso alla terapia intensiva.

Davanti ad informazioni all’inizio nebulose e contrastanti, ciascuno di noi è stato così libero di interpretarle e di agire secondo il proprio carattere. I più allarmisti o quelli che non si vergognano ad avere paura hanno dato subito ascolto a quei virologi, che affermavano che non si trattava di una semplice influenza, ed hanno iniziato a guardare con ansia i bollettini quotidiani dei contagiati e dei deceduti, ad ascoltare gli appelli di medici, anestesisti e infermieri a non sottovalutare il problema. Coloro che per carattere sono, invece, più ottimisti o superficiali hanno quasi sfidato il virus sconosciuto, continuando a non prendere precauzioni, a viaggiare senza paura, ad organizzare feste e ad abbracciarsi. Tutto questo almeno fino al quattro marzo, quando il Governo ha emanato un decreto senza precedenti nella storia della scuola pubblica degli ultimi decenni: la sospensione delle attività didattiche su tutto il territorio nazionale.

Anche in questo caso, però, il cittadino medio non si è scoraggiato, non si è fatto contagiare dal panico e dalla paura ed ha continuato ad esorcizzarla con la normalità della propria vita. Anzi è stato più comodo in questa occasione individuare dei capri espiatori (esseri capaci di accogliere sopra di sé i mali e le colpe della comunità, la quale per questo processo di trasferimento ne viene liberata), come accade sempre nella storia dell’umanità in tutte le situazioni di crisi e di disagio collettivo. La prima categoria in assoluto è stata quella dei giornalisti, considerati responsabili di diffondere allarmismi. La seconda categoria più colpita è stata quella degli insegnanti, accusati di essere dei fannulloni, che, nei giorni di sospensione delle attività didattiche, sono liberi di andare in vacanza. Gli insegnanti sono stati attaccati da molti su Facebook e su Twitter, mentre la maggior parte di loro a casa cercava di rivedere le proprie strategie didattiche, di preparare lezioni a distanza, e, nei giorni immediatamente successivi al contagio, era stata costretta a convivere nella stessa aula, dove è impossibile rispettare la distanza di sicurezza di un metro, con ragazzi mandati a scuola con i sintomi influenzali da genitori irresponsabili.

Secondo il sentire collettivo è stata colpa dei giornalisti, definiti dai più “giornalai”, se si è paralizzati dal panico, se non si può più andare in palestra o in piscina, se non si può prendere più un aperitivo con amici, se non si può più guardare la tv o leggere un giornale senza sentir parlare di Coronavirus.

Nell’era dei social network e dei giornali digitali non è cambiata solo l’informazione giornalistica in sé, ma anche tutto il mondo che ruota intorno ad essa. Viviamo nell’era della globalizzazione delle notizie, ma anche della cosiddetta informazione partecipata,  in cui gli stessi destinatari diventano a loro volta produttori di contenuti. Ogni individuo si sente così in dovere di commentare, di condividere post, di esprimere opinioni, spacciandosi per “opinionista”. Le news, non appena vengono pubblicate, appartengono ai lettori, che non le fruiscono più passivamente, ma le integrano, le commentano oppure le smentiscono.

Ed ecco che chiunque, senza averne titolo, si sente in diritto di smentire i giornalisti, affermando che le notizie su contagi o morti sono delle fake news. Ecco piovere valanghe di insulti sulle pagine Facebook di quotidiani, che non hanno fatto altro che il proprio dovere di informare.

Certo alcune testate hanno avuto anche delle grosse responsabilità: quella di aver dato parola, nella ricerca di click facili, anche a persone non qualificate, di aver contribuito a fughe di notizie, ultima  delle quali quella sulla bozza del decreto di allargamento delle zone rosse. Quest’ultima leggerezza (dei media e di persone vicine allo staff del Governo)  ha portato alla fuga di centinaia di persone immigrate al Nord per motivi di studio e di lavoro verso il Sud. Tutti individui, che non sono certo gli “untori” del Terzo millennio, ma cittadini italiani, che dovrebbero seguire le indicazioni del Governo, i decreti e le ordinanze, facendo prevalere l’interesse collettivo su quello individuale.

In questa situazione d’emergenza anche il cittadino medio, non solo i mass media, ha, quindi, le sue gravi responsabilità:  prima di tutto quella di aver perso il senso critico necessario a chiunque legge e commenta notizie, di aver smarrito la capacità di discernere le fonti attendibili da quelle che non lo sono, di sentirsi un po’ cronista senza comprendere l’etica e il dovere morale di chi lo è davvero, di non aver capito che ad essere letale non è tanto il virus, ma l’inefficienza di un sistema sanitario che al Sud, a causa dei tagli irresponsabili di una politica senza scrupoli, non è in grado di gestire un contagio dilagante.

Molti di noi, in questa isteria collettiva, che ormai sta prendendo direzioni imprevedibili, abbiamo smarrito il senso civico e in alcuni casi, ahimè, anche i sentimenti di umanità e di solidarietà.