Il cinema reinventa un libro, a volte lo stravolge. Scalfisce un mito. Raramente, ne trasmette rispettosamente il senso.
Mi sovviene il fascino de “Il Gattopardo” viscontiano: inciso a fuoco nella nostra memoria, però imperniato su una sensuale storia d’amore, sullo sfondo storico e nell’atmosfera decadente cara al regista. Mentre il romanzo diceva ben altro. E anche la passione tra i due giovani era solo un tassello della superiore, amara e disincantata visione dell’Autore, l’ennesima riprova del suo “corteggiamento della morte”, su cui si innesta tutta la trama e in cui annegano la grande storia e la vicenda individuale.
Ma il film”Piccole donne” di Greta Gerwig ultima trasposizione di un classico della letteratura per ragazzi, ha giocato un po’ sporco, per i miei gusti. Bello, sì. Sublimi le aperture paesaggistiche, che rapiscono come quadri di impressionisti. Attrattivo, nell’insieme. Ma altro, dal testo. Compiacente verso un pubblico che voleva le quattro ragazze March, così diverse tra loro eppure così indissolubili, trasferite ai nostri giorni, conservando solo la cornice dei costumi ottocenteschi. Intanto, le presenta già adulte, intrecciando confusamente i piani cronologici con continue fastidiose analessi a ritmi rapidi e spezzati, frammentando la storia in modo a volte nebuloso, tanto da renderla oscura a chi non la conosca già (e francamente non credo che molti della generazione più fresca d’anni l’abbiano letta…). Quanto ai caratteri, l’unico fedelmente reso è di Jo, con il suo intelligente anticonformismo e l’ingenua, appassionata ambizione di scrittrice. Quella Jo che, anche nel libro, deludeva nell’epilogo, cedendo anche lei, seppur per amore, a un “borghese ” matrimonio: rinunciando alla sua conclamata libertà.Nel film, addirittura, si indulge al macchiettismo: con una rincorsa sotto la pioggia per raggiungere l’amato, tra il tifo sfrenato dell’intera famiglia (si pensi al padre austero e alla madre misurata e composta del romanzo!), l’ex ribelle Jo fa la sua dichiarazione, in stile “Pretty Woman “, a ruoli rovesciati. Potenza degli standard hollywoodiani. Le forzature che stonano e ridicolizzano un testo, per strapparlo alla sua presunta dimensione “datata”; ma proprio in ciò che datato non era stato mai: il personaggio di Jo.
La madre, poi, pilastro familiare, donna riservata e coraggiosa, pacata e forte, indefettibile nume tutelare di valori consacrati nella tradizione americana diviene nel film una vulcanica “ragazza”, mai ferma, e persino un po’ matta e impositiva col marito (!), oltre che improbabile incarnazione di un giovanilismo anni 2000. Neanche la scelta degli attori è sempre felice. Così, Laurie, dai tratti troppo infantili, o il prof Bhaer, futuro sposo di Jo, che nel romanzo ha qualche annetto in più della ragazza, e qui è impersonato da un aitante e attraente giovane attore. In compenso, il personaggio, insulso e incolore, conserva la stessa antipatia, che ispira anche nell’opera della Alcott.
Insomma, il film è un tradimento del romanzo. Gradevole a chi non abbia dimestichezza col testo, ma indigeribile per chi vi ha trascorso i suoi giorni lontani, immerso in un’atmosfera ovattata, quasi membro di quella famiglia, perfetta pur nei contrasti, dubbi, momenti di dolore. Era l’epoca in cui leggere significava dimenticare la propria realtà, per identificarsi totalmente in un’altra, non meno viva e fervida di emozioni.
E qui, un nostalgico omaggio al romanzo di Luisa May Alcott scivola dalla penna… Perché è una scrittura su cui tante ragazze del mio tempo hanno indugiato. Perché è tutt’altro che sorpassata e sepolta. Credo la bellezza del libro stia ancora nel calore dei sentimenti, nella sorellanza come amore puro, nei valori non intaccati dalla ruggine della retorica: la solidarietà verso la sventura, l’amicizia senza remore cautelose, la lealtà e la fedeltà ai princìpi. E i sogni: non tanto quelli banali, anche se legittimi, di Meg ed Amy,quanto quelli”diversi” da una routine imposta, allora come oggi. I sogni di Jo.
Che poi anche lei vi rinunci in parte, adeguandosi agli standard di sempre, e diventando moglie e madre, per quanto deluda, è comunque accettabile nel complesso del romanzo. E la continuazione stiracchiata della storia, nei libri successivi fino a “I figli di Jo”, non intacca la freschezza dell’opera-base. Le piccole donne dell’originale hanno ancora una loro verità: e non soltanto nel mondo di affetti, ma anche nelle imperfezioni umanissime, gli errori, le sfuriate, le vendette, le perplessità, le incomprensioni tra i protagonisti. E persino nel presunto femminismo ante litteram di Jo. Che non era un’indottrinata esponente di ideologie spesso poi tradite, ma solo una adolescente che credeva nella libertà dagli schemi e pensava con la propria testa. Peccato, dunque, che il film, pur avendo reso l’intensità della protagonista (con una brava interprete, tra l’altro), non abbia saputo rinunciare ad un vieto standard hollywoodiano nella sostanza dell’intero “prodotto “.
Consola un po’ la voluta ambiguità dell’ultima scena: laddove Jo contempla, dietro i vetri, un mondo che sembra essere solo quello del suo romanzo, così strutturato per decisione dell’editore. Mentre lei, intatta eroina dei suoi sogni antichi, suggerisce l’impressione di non aver tradito sé stessa, la sua vocazione alla libertà da legami atrofizzanti da una vita asfitticamente “comune”.














