No, non sono quelli di Scrooge, dal racconto di Dickens, “A Christmas Carol”. Del resto, non potrebbero. Ognuno ha i suoi fantasmi, forse anche peggiori delle allucinazioni del vecchio avaro, egocentrico e tutto-borghese d’epoca, inventato due secoli fa, a moraleggiare e moralizzare il mondo. A Natale, tutto si dilata, anche la dimensione personale sembra riflettersi nella storia collettiva. Sono fantasmi a volte cupi, che ricacciano fuori le angosce e le delusioni. La memoria selettiva, che sente il bisogno di consuonare con le atmosfere di luci e il profumo di dolci nell’aria e con la cieca ennesima speranza di una “renovatio”, opta per i tanti fantasmi buoni: immagini e suoni e odori di fasi trascorse, quando la semplice fede dei padri non era stata ancora intaccata dalla bagarre consumistica e su di essa anzi si innestava la proiezione verso un futuro in perenne progresso. Sicché, nelle famiglie, l’arcaico rito della tombola o del “mercante in fiera” o il soporoso “sette e mezzo” si associavano alla new entry del Monopoli, in cui ognuno poteva inorgoglirsi di presunte strategie d’alta finanza, innalzato in realtà dal capriccio dei dadi a grandi disponibilità in colorata moneta fasulla e improbabili possedimenti immobiliari. Ancora da venire la mondanità frenetica e sguaiata dei locali pubblici o dei festeggiamenti alternativi… Il “nuovo” si affacciava prepotente, ma senza scalfire la tradizione, che non ne aveva ancora timore. E le pubblicità tv su ammantavano di rosso e adornavano di agrifoglio, sullo sfondo di paesaggi innevati degni del nonno di Heidi. E intanto insinuavano il “bisogno” di nuovi dolci industriali, i panettoni del nord del Paese, da sostituire debitamente alle antiquate ricette casalinghe delle nonne vere, quelle isolane.
Per noi del Sud, il consumismo aveva anche il sapore un po’ acre del complesso d’inferiorità nei confronti del “continente” progredito, in corsa inarrestabile verso il benessere e la “civiltà”. Ma c’erano ancora, per le strade, i bracieri sulla soglia di case annerite dell’umidità e dal tempo, sugli scalini di pietra: sull’ultimo, perché la fiamma si assestasse nel tepore buono, che avrebbe poi scaldato la stanza più usata dalla famiglia. E, a volte, un abbozzo di presepe sull’architrave della porta esterna.
Un intreccio di arance e pungitopo, con una sacra statuina, a testimoniare l’antica fede; o forse, un inconscio bisogno apotropaico, ingenua, e ignara, eredità affiorante dalla notte dei tempi. Inaspettatamente, una zampogna intonava il suo lamento struggente. Si percepiva da lontano, era in fondo alla via, ma quel pianto dolce e remoto aveva il sapore dei millenni. Un dolore che veniva da lontano, come fosse il racconto della storia dell’uomo:insinuante, pervicace, penetrante e affilato. Si conficcava nell’animo, eppure si trasformava poi in un’arcana melodia, capace di accarezzare e consolare. Il dolore dell’uomo. Che da sempre invoca il suo Dio. E ora lo configura in un bimbo, con letizia e pena insieme. Perché quel bambino, simbolo di speranza, dovrà morire, e quest’ombra non si può cancellare nel nostro immaginario.
La rudimentale siringa di Pan, spirito carnale e violento, assorbita in una metamorfosi sublimante, che trasferisce un mito ancestrale in una ritualità intrisa di ben più umana complessità:dove la gioia si fa tristezza, il sentimento della salvezza s’intride della colpa:”Ahi, quanto ti costò/l’avermi amato…”
Sì, la fede pura, quella dei semplici e non dei teologi, è speranza sempre accesa. Ma nelle antiche credenze, al di là del Mistero religioso, la trepidazione dell’Attesa era soffusa di una sottile tristezza, di un pianto segreto. Prima che le esigenze industriali e postmoderne anestetizzassero qualunque sensazione, emozione, riflessione, in un turbinio di black friday… et similia.
Ognuno vive oggi il Natale a suo modo, e può essere il modo più giusto per lui. Se poi lo creda solo un’occasione per la settimana bianca, o per l’accanimento terapeutico di autoregalie, o se voglia piuttosto riposarsi dal lavoro (illudendosi, con relativo disincanto), è, comunque, la sua vita, la sua scelta. Come il viverlo in compagnia dei propri fantasmi, gli spiriti del passato, del presente, del futuro :al pari di Scrooge, ma spesso senza la redenzione finale del racconto.
Ma se ci abbandoniamo un pò, noi che abbiamo già vissuto e coloro che hanno ancora un lungo cammino, e lasciamo riaffiorare i fantasmi del passato individuale e collettivo, è importante non temerli: possono essere l’occasione per misurare quanto abbiamo perso in emozione, in intensità, credendo di vivere pienamente perché immersi in un edonismo di facciata, nella rincorsa a un benessere epidermico, rivelatosi per di più effimero con la devastazione sociale di una crisi economica non pronosticata. Miraggio esiziale, che ha seminato aridità e aperto la porta, spesso, al “male oscuro”, alla tenebra psichica…
Possiamo afferrare, forse, la portata di un mutamento complessivo che ha illuso sulle ” magnifiche sorti e progressive”; non per auspicare un impossibile ritorno al passato, ma per dare un senso alla storia, di cui siamo stati attori probabilmente inconsapevoli e passivi. Accogliamoli, questi fantasmi. Non sono poi così cattivi, anzi. E, visto che il termine ci riporta al teatro del grande Eduardo, vediamo di riscoprire il suo “Natale in casa Cupiello”. Vetusto?Forse no,in chiave di parabola.
E che sia, anche questo che si avvicina, per presto svanire, un Natale buono. A tutti.














