Peter Pan e la “Magnifica Avventura”

- Discorsi sulla soglia

A volte, ritorna. Quando, in un’algida notte d’autunno maturo, un alito di vento soffia sui vetri, come a bussare. Fasciato d’invisibilità, ma insistente, dolcemente ostinato, a dichiarare la sua presenza. Ha oltre cent’anni, questo ragazzino pel di carota, tutto scatti e fantasia, avido d’avventura, felice, ma non spensierato… Le sue fattezze non sono quelle della pura creazione di James Matthew Barrie; ma è, piuttosto, il folletto bizzarro verde vestito, dal fisico asciutto e nervoso, immortalato dalla Disney. Perché tutte le generazioni, a partire dagli anni ’60, l’hanno fissato nel personaggio del cartone animato, e conosciuto allora, ancor prima che nella letteratura. E poi, su lui, Peter, quanta scienza e filosofia. Quante elucubrazioni sull’immaturità’ di chi è marchiato da una sindrome di perenne infantilismo.

Ti hanno sciupato, Peter. Hanno voluto individuare un disvalore affettivo ed emotivo nella figura più bella che fantasia poetica potesse generare. E, poi, l’inflazione del tuo simbolo attraverso la cinematografia. Il tuo “ritorno “, da adulto, nell’interpretazione di Robin Williams: lui, attore sensibile e inquieto, che ben vestiva la maschera dell’eterna, insoddisfatta sete di giustizia e avventura, e che tragicamente- nella realtà- ci lasciava, per inseguire oltre la vita il suo sogno di perfezione. Sì, lui era simile a Peter: ma non nella stiracchiata finzione del film”Hook”, Uncino. Lo era dentro, e realizzava, forse, questa sostanza nell’assoluto della morte.

Ma il vero Peter è immortale. Al di là degli schemi psicoanalitici, delle versioni filmiche, dei mille adattamenti e rivisitazioni teatrali.

E’ quello che abita nell’aria, vola tra nuvole e luna, si fa luce con Trilly, bellissima libellula, amica gelosa e possessiva, micro fata che sprigiona polvere di stelle… E ci viene a trovare. Ma bisogna saperlo afferrare quel momento, cogliere l’attimo dell’epifania. Non l’attimo oraziano, il carpe diem che è, poi, un invito edonistico ormai involgarito e svilito nella nostra  società godereccia, martellato sui muri e propalato dai social, esibito fino alla nausea sui vari capi di abbigliamento, a vellicare la vanità di presunta dottrina. No. Cogliere l’istante di grazia in cui ci fa visita, e invita all’abbandono di malinconia e torpori, di passività e anestesia emotiva, per schiudere il fantasmagorico regno della fantasia pura. Instilla il gusto del sogno. Della lotta contro i moderni pirati: tutto il carico degli ostacoli, veri o immaginari, che non permettono di vivere. Contro i nuovi Capitan Uncino – creatura all’epoca speculare al John Silver di Stevenson,e non a caso-:sinistri signori del male,che non hanno, oggi,il poetico tocco umoristico del personaggio romanzesco, né vengono sconfitti nella realtà vera,né perseguitati da un vecchio alligatore solitario:perché non hanno pudore o rimorsi.

Ma quando la fiaba prevale,quando Peter campeggia nella nostra visione, con l’incanto della sua polvere di fata,con l’inarrestabile energia dei suoi sogni,la prosa scompare,la realtà si decanta,la catarsi rivivifica la mente. Torniamo all’infanzia? No. Riscopriamo la medicina del sogno, il gusto di volare oltre. Perché il pensiero PUÒ volare, allontanarsi, creare un mondo parallelo, cancellare le macchie che sporcano la vita individua e i complicati, stupidi rapporti umani. È uno stato di grazia che solo lui, Peter, può donare. E poiché è temporaneo, come il volo di Wendy, Michael e John, destinato a finire, per un ritorno alla prosaica ma rassicurante quotidianità, resta impresso nel fascino perenne del mito.

E può essere evocato: come il povero Belluca di pirandelliana memoria riusciva ad evocare viaggi avvolgenti, placando la sua anima compressa e strozzata, attraverso i voli della fantasia: abbandonato su un logoro divano, al fischio di un treno, là, in lontananza…

Ma Peter va oltre tutto questo. La sua scelta, di non crescere, non mutare, non omologarsi né qualunquizzarsi, di restare tra la polvere cristallina delle fate, significa anche sacrificio. Di affetti, sicurezze, “normalità”. Solitudine, dunque.  Ma è l’unico modo per restare se stesso. L’unica chance. Perché Peter cerca l’avventura, vede la vita come tale, sente che anche “la morte è una grande, straordinaria  avventura”. Ed è lì, fissato per sempre in quell’infanzia senza tempo né ombre, in quel coraggio incosciente che solo la purezza può concepire, tra navi pirata e “cattivi” su cui trionfare,in una girandola luminosa di eventi, in cui si sublima la realtà. Archetipo dell’eroe, animo di fanciullo e cuore di guerriero. E, di tanto in tanto, viene a trovarci, a sfiorare le nostre spalle chine sui pensieri dell’oggi, le teste incanutite da tanto passato. Con una carezza sbarazzina, mimetizzata nel vento, clandestina nel buio della notte. Ci sussurra una voce argentina che lui ci sarà…

E questa presenza varca i limiti delle nostre esistenze traballanti e tortuose, è la stella fissa tra le tempeste della vita singola e l’alterna onnipotenza delle umane sorti: è il respiro puro della fantasia, che sa trasformare persino l’approdo della non-ritorno in una “grande, straordinaria avventura”.