Sull’abisso della scelta

- Discorsi sulla soglia

In merito al suicidio assistito e sulla recente sentenza della Corte Costituzionale, la mente corre alla “vertigine” della libertà, di cui parlava Kierkegaard: l’angoscia generata dal sentimento del possibile, dalle infinite  possibilità negative che incombono sulla vita dell’uomo. Quell’angoscia, conosciuta solo da chi è dotato di spirito; anzi, tanto più profonda, quanto più grande è lo spirito umano. Il filosofo danese ebbe, forse, lo sguardo più lucido e implacabile sulla condizione esistenziale. La sua personale esperienza, la percezione di una colpa e una condanna gravanti su lui stesso lo spinsero ad affondare il bisturi del pensiero su una situazione ineluttabile, che, di fatto, al di là della consapevolezza o meno, è uno stato condiviso. Eppure, tutto questo implica una scelta.

Ora, la condizione del fine vita, l’accompagnare e assistere la volontà singola nel suicidio sono argomenti che fanno tremare e su cui, proprio per la irripetibilita’ di ogni caso, solo la coscienza individuale, il suo bagaglio di convinzioni ragionate possono e devono avere libero spazio. Per la gravità, e la sacralità, della tematica, non è lecita la leggerezza cieca di una condanna o accettazione a priori, non ponderate, irrazionali o dettate da preclusioni ideologiche. La vera colpa è non comprendere, marchiare, imprimere la lettera scarlatta, chiudere ad ogni compassione. La vera carità è sforzarsi di capire. Certo, occorre, adesso, che il Parlamento elabori una legislazione che ponga confini, aprendo una strada eticamente percorribile, senza arbitrarietà fuorvianti. Ma un passo di umana pietà è stato compiuto: e soprattutto di rispetto alla libertà. Quella libertà che è una” vertigine”, appunto, ma che comporta assunzione di responsabilità, ricorso al pensiero critico.

La libertà, oggi, è più scabrosa che mai. Costretta nel letto di Procuste di ciò che resta delle ideologie, ora espansa oltre ogni ragionevolezza, ora sinistramente conculcata. In più, dilatata dai ritrovati di scienza e tecnologia, e per questo più sfuggente e fluida. La libertà è, oggi, più  inquietante. E, nella società” liquida”, intrisa di superficialità, istintualita’ rozza, autoaffermazione anarcoide, c’è posto per la scelta, e dunque la responsabilità, e dunque il pensiero?

Ma è la vita stessa, con le sue trame insidiose e imprevedibili, a porre dinanzi a tragiche condanne, che implicano una decisione. Anche in chi se ne riteneva immune e, magari, come un esteta da strapazzo, mordeva la vita  “qui e ora”, infischiandosene del resto. E può ritrovarsi dentro il carcere duro della malattia mortale, della vita vegetativa, dell’irreversibile perdita di sé stesso. Di fronte a tormenti indicibili, può accettare, anzi aggrapparsi ai rimasugli di una sopravvivenza che gli sono toccati in sorte, al respiro indotto dai macchinari che lo trattengono  ancorato sul limitare: al confine sdrucciolevole dell’Oltre, o del Nulla. Ma può anche rifiutare. Ribellarsi in nome dei suoi convincimenti, o rinunciare per le intollerabili sofferenze. Stornare da sé quelle gocce di vita, generate da un progresso scientifico, che  non sa offrirgli altro rimedio e a cui si deve (paradossalmente) proprio la sostanza di un problema etico smisurato. E, allora, è giusto che sia la coscienza a scegliere. Quella dell’individuo sofferente e lucido ancora, o che abbia già assunto una sua posizione, pienamente consapevole, in passato. Se lo sostenga la Fede, lo soccorrano gli affetti, lo illumini una qualche convinzione a continuare una esistenza difficile, ma in cui crede, ci inchineremo alla scelta, con ammirazione. Se invece  fosse altra la sua strada, lo guarderemo con infinito rispetto. Perché si è soli di fronte alla morte. Se l’incoscienza è lo stato ingenito del nascere, la morte ha, nella maggior parte dei casi, il requisito raggelante della consapevolezza, negli adulti almeno. E nessun supporto umano può sciogliere questo gelo dell’incognita per antonomasia.

Dunque, rispetto per il singolo e la sua tragica scelta, qualunque essa sia. E la coscienza guidi, in libertà autentica, coloro che saranno deputati a legiferare. Senza gabbie partitiche né complici faziosità, né biechi schieramenti di convenienza. Ciascuno abbia il coraggio di ascoltare sé stesso: la sua ragione, la voce interiore.  Sta qui la grandezza dell’uomo: nella decisione più difficile e dolorosa. In questo affacciarsi sull’abisso e fissarvi lo sguardo, immerso nell’angoscia, ma senza lasciarsi sommergere, sta la sua fragile vittoria esistenziale: che è, in ultimo, la dignità  della scelta, attuata con cuore puro.