I Giovani che non escono di casa

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Perché i giovani decidono di non uscire di casa, di alienarsi per un lungo periodo, rintanandosi in una realtà parallela, rassicurante?

Marco Crepaldi, laureato in Psicologia sociale e fondatore dell’associazione Hikikomori Italia, risulta tra i primi ad analizzare il fenomeno Hikikomori.

Hikikomori, è  un termine giapponese che significa “stare in disparte” ed è stato utilizzato in riferimento ai fenomeni massivi di ritiro dal sociale per lunghi periodi, (da alcuni mesi fino a diversi anni) da parte di adolescenti; nella fattispecie è stato riscontrata nei giovani una chiusura totale escludendo qualsiasi tipo di contatto con il mondo esterno.

Tale fenomeno si è espresso in larga misura in Giappone, tuttavia sta abbracciando diversi paesi europei, interessando da qualche tempo anche l’Italia.

L’Hikikomori, infatti, sembra non essere una sindrome culturale squisitamente giapponese, come si riteneva all’inizio, ma un disagio sociale che abbraccia tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo in cui presiede la competizione, il perfezionismo nelle varie evenienze della vita.
E’ stato riscontrato che proprio nel senso di fallimento sociale occorre rintracciare le cause profonde di questo fenomeno, all’interno dell’ossimoro tra percezione che si ha di se stessi versus la realtà palese, oggettiva, bieca talvolta che si pone davanti. A ciò si amalgamano le paure di sollecitare delusione negli altri, il timore di fallire nei compiti e la vergogna conseguente annessa a tali nefandezze. L’adolescente Hikikomori, come lo hanno definito i giapponesi, sviluppa pensieri di repulsione e sfiducia verso luoghi o persone oggetto di questo confronto, si ritira barricandosi all’interno delle sue mura confortanti, inverte i processi naturali dello sviluppo e dell’apprendimento.

L’isolamento esordisce già tra i banchi di scuola per finire tra le mura della propria casa, considerata la “tana” sicura dove fuggire, il rifugio unico rincuorante: le giornate vengono trascorse in completa solitudine, spesso escludendo il  contatto con la famiglia, le attività virtuali fagocitano l’adolescente, occupando la quasi totalità delle sue attività quotidiane.

Sulla scorta delle ricerche sviluppate per comprendere il fenomeno, sono stati indagati i fattori clinici, psicologici, familiari e sociali che guidano questo specifico tipo di comportamento. Nello specifico, a partire dall’intersezione di questi elementi è possibile delineare tre differenti tipi di giovani socialmente ritirati:

gli ultradipendenti, che crescono in famiglie molto protettive in cui non gli è possibile raggiungere uno sviluppo psicologico che permetta loro di fidarsi delle persone e di acquisire autonomia. In tali assetti familiari, i genitori provvedono a fornire tutte le risorse materiali ai propri figli impedendo che questi possano provare motivazione o sviluppare autonomia;

gli interdipendenti disfunzionali, ragazzi che si sviluppano in famiglie con importanti componenti disadattive tali da impedire di acquisire le regole sociali di base. Ciò porta a delle relazioni sociali poco soddisfacenti con i pari, al rifiuto degli altri e a una tendenza ad essere vittime di bullismo a scuola;

i contro dipendenti, ne fanno parte i giovani che sono stati caricati da eccessive aspettative genitoriali, che si vivono in una condizione di pressione nella vita scolastica ed educativa. Questi giovani passano molto tempo nello studio e nella pianificazione del loro futuro, tuttavia le  inadempienze, le difficoltà a concretizzare quanto congetturato e la frustrazione successiva provocano l’ isolamento dagli altri.

A seguito di questa condizione, la rete, la realtà virtuale, internet divengono l’unico luogo che possa contenere questa ribellione interiore che ciascun giovane vive silenziosamente.

Le chat, i social network e i giochi di ruolo sembrerebbero favorire la comunicazione rispetto ad un incontro vis-a-vis per diverse ragioni: dietro uno schermo ci si sente protetti ed è possibile manifestare parti di  se che nella società non sarebbero accettate (Suler, 2009). La comunicazione virtuale, non segue leggi di gerarchie o status, in queste interazioni non esistono classi sociali.

La presa in carico terapeutica di un adolescente che decide di sparire dal palcoscenico sociale e di rintanarsi nel proprio mondo è un lavoro complesso e delicato. Il giovane barricato nel proprio spazio di libertà vive bene la  sua condizione di eremita proprio perché sfugge allo sguardo altrui, cosa che più teme. I genitori sono allarmati, è di rilevante importanza condurre il ragazzo fuori di casa, chiedendo l’aiuto di uno psicologo che analizzi bene la complessità del caso, trovando le strategie adeguate per agganciare il giovane.

L’accompagnamento verso l’esterno avverrà in maniera graduale quando il giovane sarà in grado di eseguire alcuni esercizi di esposizione. E’ necessaria una ristrutturazione cognitiva al fine di modificare le sue interpretazioni della realtà ormai automatizzate, lavorare sulle emozioni, sull’attribuzione dei significati emotivi relativi alle varie esperienze, indagando il suo mondo interno.

La tendenza all’evitamento contribuisce a mantenere l’umore depresso, a rinchiudersi e non permette alla persona di sperimentare brevi stati mentali positivi, non gli consente di viversi e vedersi come essere capace di affrontare evenienze. I pensieri, le convinzioni negative su di sé, sul mondo, sul futuro hanno un ruolo chiave nell’esordio e nel mantenimento di questo fenomeno. L’intervento immediato di un terapeuta è fondamentale per prendere contezza della situazione in atto e arginarla con estrema delicatezza.