Memoria di una fiaba

- Discorsi sulla soglia

“Coloro che eliminano dalla vita l’amicizia, eliminano il sole dal mondo” Marco Tullio Cicerone.

Queste estati tardive riportano al passato. Questo spreco di sole, di energia vitale… I ragazzi non possono più goderne, imprigionati nelle aule; gli adulti lo odiano a volte, mentre si cimentano nella routine lavorativa. Le città sono tornate compulsive, martellate dal caos rinnovatosi. Déjà vu di appuntamenti obbligati, nei tempi e nei modi.

Ma l’anima della periferia è simile allo spirito dei vecchi. Lenti i ritmi, tutto si può osservare come da lente di ingrandimento, in una sorta di rivalsa dell’abbandono contemplativo… E si fa spazio il ricordo. Senza sgomitare, così, naturalmente.

La memoria, si sa, è a doppio taglio, ma anche selettiva. E trasceglie, tra tutte le esperienze, sognate o vissute, quella dell’amicizia. Quante nobili parole, pagine di poesia, o filosofia, si accendono nella mente intorno a questo tema, antico come l’esistenza. Sui banchi, quando lo studio s’introiettava come nutrimento personale, imperversavano Cicerone e Seneca, o il “divino “Epicuro. E quelle voci autorevolmente paterne indirizzavano l’animo, orientavano la nostra condotta di vita. “Quid est dulcius?” “Cosa c’è di più dolce che avere qualcuno con cui parlare così come con sé stessi?”(Laelius de amicitia): a cui faceva eco, nella nostra mente  ammaliata, la pacata saggezza di Seneca: “Nessun bene senza un compagno ci dà gioia”. Cosa può ricolmare  il cuore più della condivisione, della complicità amicale? O cosa incoraggia, rinfranca, entusiasma, tanto da porre in ombra le paure segrete, da relegare in un angolo buio e lontano i pensieri grigi, per far posto alla libertà della gioia… Antiche passioni, rigeneranti e catartiche nei confronti del male di vivere sempre lì in agguato.

Era l’età dell’adolescenza, quella disponibile, per natura stessa, ad accogliere in sé questa promessa di felicità: accanto all’amore, ma più certa e salda.

E, nell’età in cui il dono della vita appare – pur tra trepidazioni dubbi angosce – un trampolino verso la pienezza, l’amico è il confidente partecipe, gioioso delle stesse ambizioni, turbato da identici timori. E su tutto, la risata.La risata cristallina che si frantuma, come in Peter Pan, in mille spiritelli fatati, a far brillare il mondo, a farlo risuonare di echi infiniti, musica ineffabile che si dilata verso un futuro immortale.

Ridere per niente, a sproposito, in tempi e luoghi in cui suona irriverente, oltre che illogico. La leggerezza della illogicità. La libertà di sfidare l’ignoto della vita. L’avventura racchiusa in una risata di pura smemoratezza. Più emozionante dell’affrontare una qualunque esplorazione reale, di antri e cunicoli; o una battaglia vera e sanguinosa, come quelle delle tante isole del tesoro visitate nella fantasia, sulle orme di Stevenson.

La risata liberatoria, apotropaica, che mette in fuga i fantasmi dell’infanzia. Guerra vinta: il sodalizio adolescenziale trionfa dell’intima percezione di precarietà.

Poi, per la legge implacabile  del divenire, tutto si spegne. Ci si adatta, più o meno malconci, alla rozzezza della realtà .Ci si àncora. Si disperdono  quei frammenti adamantini  che avevano punteggiato un’era. Muoiono le piccole fate di Peter. Altre sirene, spesso fasulle e crudeli, ti attirano sugli scogli. Ora, navighi tra i mostri di Scilla e Cariddi, e devi tentare di essere buon timoniere. Avrai talvolta dei validi supporti, e, sempre, la tua stella polare come riferimento. Ma sarai solo nelle manovre più infide, nei pericoli più insidiosi, nelle scelte impossibili,che  paralizzano la volontà… Quell’antico calore dell’anima, quella ingenua, innocente  sensazione d’onnipotenza al pensiero  di un amico presente,  compartecipe del bene e del male, sono oltre il confine del passato.

Ma di quel mondo che fu, e ora sembra appartenere ad un altro, o solo un romanzo già letto e concluso, resta il suono di quella gioia cristallina, della fresca risata che accomunava e identificava.

Come ci si illude di aver restituita la risacca dell’onda dal vuoto di una conchiglia, così si può aprire il cancello dorato del recinto memoriale, per far fluire quella voce argentina, che gorgheggia in un  candido riso un po’ matto… Perché niente è più magico della memoria- E’ lei che, in una sua teca preziosa, salva dalla corruzione del tempo e degli eventi il più irreale tra tutti gli incantesimi vissuti, rendendo perenne e immortale la fiaba dell’amicizia.