Finché c’è odio, c’è politica

- Discorsi sulla soglia

Mi riaffaccio sulla soglia…Il fresco, allettante, di questo settembre invita a sbirciare oltre la porta, chissà ci sia qualcuno ad ascoltarti. Strana, la percezione dell’autunno, attraverso le esperienze più varie. Per chi non ha particolari impegni, è il momento di riappropriarsi dei propri pensieri, dell’attitudine contemplativa, mortificata dai toni sguaiati dell’estate, e ora restaurata e ristorata nell’animo. Per altri, è il ritorno, più o meno felice e fortunato: all’impegno lavorativo, alla casa di città, al  solito quartiere caotico, in cui comunque ti senti parte di una curiosa fauna umana. E, a proposito di curiosità, anche la politica ritorna alla sua postazione, a quanto si apprende. Con i soliti toni iperbolici sui giornali e sui social. Resta ancora un mistero, per me, questo scatenarsi giulivo di aggressività nel cyberspazio. Se esprimi un parere, magari un po’ assertivo, ecco tizi sconosciuti inserirsi nel dialogo che avevi intavolato con l’amico di turno, anche casualmente, a vomitarvi il gusto rabbioso e psicopatico dell’insulto. Il virtuale ha cancellato la dialettica democratica, proprio enfatizzando la pseudodemocrazia di una partecipazione globale. Protagonisti assoluti: l’odio e la volgarità. Certo, sull’esempio dei “vertici”, più o meno elevati. Dall’era delle ideologie, siamo transitati in quella dell’insulto, tanto più compiaciuto quanto più colorito e triviale.

Si può odiare un politico? Ovviamente, sì.  Si deve odiare un politico? Qui il discorso si fa più complesso, e perplesso. Perché, se il tipo in questione si rivelasse particolarmente, volutamente pericoloso, perfino l’odio sarebbe ammissibile. Ma odio “politico”, appunto. Intendo, scevro da umorale tendenziosita’, ragionato, ponderato. Ma, da trent’anni almeno, l’agone politico è diventato altro. È rissa, becera chiassosita’, invocazioni malauguranti, satira puerile e maligna. Sugli alti scranni, come nelle piazze: quelle odierne e malmesse dalle aiuole trascurate e fontane a secco, e quelle fiorite di cuoricini ed emoticon, ora telematiche agorà del vilipendio.

Io, però, ricordo. E, quando lo dico, penso a mia nonna: ai suoi racconti, “tra l’ondeggiar de’ candidi capelli”, con innata dote affabulatoria, e anche a quella  sua inattingibile superiorità, che nasceva dalla dimensione stessa dell’età avanzata: come fosse una barricata malinconica ma salda, contro le intransigenti ed irrequiete certezze delle nuove generazioni… La cittadella della sua vecchiezza le dava una serena, e amara, saggezza. E mi investo istintivamente della stessa dimensione di distanza dall’oggi, indulgendo al peccato veniale della presunzione d’anni: avendo abbastanza vissuto e sperimentato, anche passivamente, l’altalenante, infido andazzo della Storia. Sì, ricordo. Uomini come Fanfani, Moro, Spadolini e quanti, anche con opposte visioni, anche con tattiche discutibili, incarnavano la politica in altro tempo. Non li santifico, non amo l’apologetica, di nessuna tinta. È dello stile, che parlo. Nelle pubbliche performance, nelle famigerate noiosissime tribune elettorali formato TV, mai si scadeva nell’attacco grossolano, e la stessa virulenza delle arringhe partitiche era, semmai, nel tono, non nei termini usati. Ciò non escludeva i colpi bassi: ma non li rendeva ridicoli e penosi. E questo  atteggiamento si rifrangeva sull’uomo comune, che, pur osteggiando e indignandosi, si manteneva entro limiti dignitosi  nell’esprimere il dissenso.

Oggi, l’odio spudorato è compiaciuto di sé. La divergenza di idee è subito accolta dal turpiloquio. E la gente dà la stura, con gioia sfrenata, ad esplosioni verbali e mimiche: se potesse, salterebbe volentieri all’aggressione fisica. Alla ghigliottina, che ha sempre affascinato i rivoluzionari dalla psiche irrisolta. Per poi ghigliottinare quanti, esaltati e magnificati prima, avevano già, a loro volta, mozzato teste nemiche. Robespierre dall’eterno ritorno; parolai, o potenziali violenti, trincerati dietro una tastiera. Odio viscerale, che si spaccia per coraggio (da anonimo cellulare), o per sincerità (maestri di morale sulla pelle altrui), o per onestà (con una vita privata forse inconfessabile).

Tutto sembra una rissa tra ubriachi; il Paese, un’osteria di dubbia frequentazione. Ah sì, il giorno dopo le reciproche bastonature, è facile che i contendenti d’alto livello si piazzino candidamente fianco a fianco, a braccetto, “per il bene comune”. “Scurdammoce ‘o passato”. Come due compari che avevano solo alzato un po’ il gomito.

Ma la beffa e il danno restano; soprattutto la percezione della beffa e il male dell’esempio. Si dilatano e tagliano giù nel profondo, al cuore del Paese. E, per il cittadino che ci metta un po’ di logica, tutto si presenta sempre più sconcertante. Qui mi taccio. Attendo anch’io un po’ di bene per noi Italiani. Lo dico senza vera speranza. In fondo, nell’era postideologica, non mi scandalizzano i “contratti “tra postavversari. D’altronde, le ideologie stesse, spesso, hanno fatto gran danno. Forse, è opportuno vagliare i singoli uomini, i programmi, i fatti. Già, i fatti. Nell’auspicio che si smorzino i toni assurdi dall’alto e dal basso. Dall’alto, soprattutto, perché indegna questa politica del disprezzo, fosse pure una pantomima utile a chi la recita. Ma lo auguro sottovoce. Con lo spirito di chi pronuncia la formula di rito ad ogni Capodanno: con sincerità, ma senza crederci più di tanto.