Self-cutting: gli adolescenti che si fanno male

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L’adolescenza è una fase dello sviluppo di transizione verso l’età adulta durante la quale si verificano una complessità di modificazioni somatiche e intrapsichiche interdipendenti tra loro.

Il giovane adolescente affronta importanti cambiamenti fisici legati alla maturazione sessuale ma si ritrova anche a ricercare un momento di autoaffermazione per collocarsi nel mondo in maniera autonoma, differenziandosi dagli altri bambini e soprattutto dagli adulti.

In questo articolo vorrei prendere in considerazione un fenomeno che sempre più frequentemente ritroviamo tra gli adolescenti e di cui poco si parla rispetto ad altri come il bullismo e il cyberbullismo, ovvero il self-cutting.

Questa tendenza, che negli ultimi anni si sta diffondendo sempre di più tra gli adolescenti, soprattutto tra le ragazze, comporta il tagliare, incidere, ferire la superficie della propria pelle, soprattutto di gambe e braccia, con lamette, coltelli affilati, temperini, punte di vetro, lattine usate, o quant’altro. Può verificarsi come singolo episodio ma, purtroppo, più spesso, si tratta di una pratica cui gli adolescenti ricorrono abitualmente con l’elevato rischio di diffusione all’interno del gruppo.

Nel DSM-5 (APA, 2013) sono state inserite due categorie diagnostiche che riguardano le condotte autolesive ovvero “Autolesionismo non suicidario” (NSSI: not suicidal self injury) e “Autolesionismo non suicidario non altrimenti specificato” (NSSI-NAS).

L’incidenza di tale fenomeno oscilla tra il 15-20% (Ross et al., 2002) e l’esordio si aggira tra i 13 e i 14 anni (Herpertz, 1995; Nock et al., 2006; Withlock et al. 2006, Ross et al., 2002). Ricerche recenti suggeriscono che pensieri e comportamenti autolesivi si manifestano anche in soggetti più giovani, minori di 14 anni con una prevalenza nelle ragazze del 22% (Stallard et al. 2013). In età adulta, invece, l’incidenza del fenomeno risulta essere del 6% (Briere & Gil, 1998; Klonsky, 2011). L’incidenza è più elevata tra la popolazione psichiatrica, in particolare tra i soggetti affetti da disturbi dell’umore e/o disturbi d’ansia e nelle persone caratterizzate da alti livelli di disregolazione emotiva (Klonsky, 2003; Andover et al., 2005). Inoltre in adolescenza si associa più spesso con depressione, stress, ansia, disturbi della condotta e abuso di sostanze (Nock et al., 2006), e con relazioni familiari disfunzionali, isolamento sociale e basso rendimento scolastico (Fliege et al., 2009).

Ma perché succede questo? Perché gli adolescenti si procurano tali e tante ferite? Una risposta la troviamo nella review di Klonsky (2007) e nel lavoro di Kamphuis et al. (2007). Dagli studi di questi autori emerge che l’autolesionismo rappresenta una strategia disfunzionale di regolazione del distress e dell’ansia ovvero quando le emozioni negative diventano intollerabili come se il tramutare in sofferenza fisica una sofferenza emozionale la rendesse reale e più concreta la pena. In questo senso quindi l’autolesionismo sembra assumere la valenza di una strategia disadattava di coping.

Un’altra risposta sembra essere quella che vede l’autolesionismo come una condotta messa in atto al fine di auto-punirsi o come forma di rabbia autodiretta (Nock et al., 2008; Hooley & St Germain, 2013), suggerendo che tra autocriticismo e autolesionismo ci sia una relazione causale. Un’attenzione particolare viene data all’autolesionismo per la sua correlazione con i comportamenti suicidari che sono considerati forme di autolesionismo che si collocano ai margini estremi del continuum delle condotte autolesive, sebbene differiscano dall’autolesionismo per diverse ragioni. Infatti le condotte di auto-ferimento, oltre ad essere più frequenti, prevedono al loro interno diversi possibili comportamenti (ad esempio il tagliarsi, il bruciarsi, etc.) con conseguenze fisiche meno gravi rispetto a quelle utilizzate nei tentativi di suicidio (Muehlenkamp, 2005, 2012; Andover & Gibb, 2010). Inoltre, le persone che attuano condotte autolesive non intendono porre fine alla loro vita (Klonsky, 2007; Favazza, 1998) ed è proprio per questa ragione che nel DSM-5 si è deciso di considerare il NSSI come un disturbo a sé stante.

Klonsky e collaboratori (2013) hanno osservato che i comportamenti autolesivi sono maggiormente correlati a storie di tentati suicidi più di qualsiasi altro fattore di rischio per il suicidio (ad esempio depressione, ansia, impulsività e BPD). Inoltre ci sono numerosi studi longitudinali che hanno evidenziato nelle condotte autolesive un fattore predittivo di suicidio più forte di una serie di pregressi tentati suicidi (Asarnow et al., 2011; Guan et al., 2012; Wilkinson et al., 2011).

Dalla breve disamina di una molto più ampia letteratura sul tema possiamo capire quanto è importante cogliere i segnali di comportamenti disfunzionali per avviare quanto prima un adeguato percorso terapeutico.
Gli interventi clinici maggiormente efficaci per la riduzione della frequenza dei comportamenti autolesionistici sono quelli che si focalizzano sull’acquisizione di abilità (skills) per la regolazione delle emozioni (Hawton et al., 2016). L’approccio più diffuso è la Dialectical Behavioral Therapy (DBT), ideata da Marsha Linehan nel 1993 per i pazienti con disturbo borderline di personalità, poi sviluppata ed estesa ad altre tipologie di pazienti. Tale modello affianca alla componente di cambiamento e ristrutturazione cognitiva una dimensione di accettazione.