Piccole volpi. Lo “scandalo” della coscienza morale…

- Discorsi sulla soglia

Sarà perché sono nata a Natale. E sono creatura invernale e notturna. Fatto è che l’afa opprimente mi ingabbia,spesso, in una stanza, con l’unico sostegno caritatevole e solidale del condizionatore, e il diversivo-in casi fortunati- di una TV d’altri tempi. Per puro gioco del caso, infatti, riscopro una pièce teatrale di rara fattura, come solo la prima Rai sapeva confezionare, in una felice combinazione di svago e cultura. Questo “miscere utile dulci” oggi non è più fruibile: non nei termini di una frequenza sistematica almeno; ed ha piuttosto il gusto di un prezioso reperto archeologico per residuali amatori, quasi timorosi di confessare le loro preferenze di nicchia, perché rivelatrici di una età ultramatura. M’imbatto così in “Piccole volpi”, una raffinata rappresentazione televisiva del dramma (1939) di Lillian Florence Hellman, scrittrice statunitense. Autrice, oltre tutto, di un’altra opera di grande impatto psicologico e sociale: “The children’s hour “, la cui trasposizione cinematografica, con due grandi interpreti hollywoodiane, mi aveva affascinata in passato. Mi riferisco al film con Audrey Hepburn, “Quelle due”, che toccava con estrema delicatezza e rispetto il dramma di due giovani insegnanti ed amiche, calunniate per vendetta da un’allieva e ingiustamente marchiate dalla società puritana dell’epoca, come omosessuali. Il suicidio di una di loro, il riconoscimento della loro innocenza suggellano un’indagine psicologica lucida e  profonda, che porta alla luce il sentimento dapprima negato, sotterraneo e inconsapevole, di cui la giovane suicida, infine, aveva preso coscienza. La donna si uccide, per essere stata l’involontaria causa della gogna a cui erano state sottoposte entrambe, il fidanzato di una di loro, la scuola stessa; ma anche perché gradualmente emerge in lei la consapevolezza di un reale legame d’amore, o quanto meno il dubbio di un sentimento “diverso”. L’opera fu dunque una delle prime,coraggiose denunce di una tragedia privata e sociale, sullo sfondo di una tematica allora  scottante.  Analoga penetrazione psicologica, (e attenta analisi sociale) circola nel quadro familiare potentemente tratteggiato in “The little foxes “,”Le piccole volpi”: illuminante e raggelante spaccato di un’America d’inizio secolo. Con una attualità e universalità sconvolgenti.

Il film tv ha come interpreti “mostri sacri”della nostra storica accademia : del calibro di Roldano Lupi, Mario Feliciani, Giancarlo Sbragia (e qui l’essemplo basti…) ed è incentrato sul cinismo assoluto di tre fratelli, Regina, Benjamin e Leo Hubbard,che hanno come sola passione denaro e potere, riscatto distorto dalla loro condizione di parvenu: a costo di annientare chiunque sia d’intralcio o non si omologhi alle spietate ragioni del calcolo. Così,vittime sacrificali appaiono subito il marito di Regina, la giovane figlia, la cognata fragile e sventurata. I tre fratelli, imprenditori dalle astuzie ” volpine” e dalla diabolica determinazione, non arretrano di fronte a nulla, dal ricatto al furto, anche al delitto: la sorella, per non essere privata dell’eredità, lascerà morire il marito in preda ad una crisi cardiaca, con glaciale imperturbabilità.. Horace era, infatti, riuscito a bloccare i torbidi piani dei  cognati, attraverso un abile sgambetto finanziario, con cui privava la moglie della  gestione dei suoi prodotti bancari; ma soprattutto salvava la figlia Alexandra, sacrificata, nella progettazione familiare, da madre e zii sull’altare del loro ego smisurato. Acuta e sottile la caratterizzazione dei personaggi: tra i fratelli, l’uno più rozzo e manesco, l’altro più diplomatico e raffinato nella sua crudeltà,e lei, Regina, ancora più astuta, e vincente su tutti. Avvoltoi spietati, che ,della volpe (per restare in metafora) hanno semmai l’estrema duttilità mentale per trappole infami.

Vincenti. Ma è solo l’impressione iniziale. A guardar  bene, è la figlia diciassettenne, con la sua fermezza finale, la sua ribellione irremovibile, a ristabilire l’equilibrio etico. A dare una significazione ideale ben diversa, nel drammatico epilogo. A riscattare, dall’apparente trionfo dei gelidi manipolatori d’anime e cose, quel senso morale che non ammette di essere rinnegato.

Eppure, resta l’amaro in bocca. Perché di volpi affamate, pronte a irretire e annientare, abbonda il nostro tessuto sociale.

Specchio della società borghese americana dell’epoca, arrivista e senza scrupoli, il dramma non è affatto circoscrivibile ad un tempo e un luogo. Ha una valenza scottante, oggi: nella globalizzazione dei bassi machiavellismi,che infestano questa nostra età postmoderna e postmorale: interiormente desertificata, incline ad una ammirazione malata per gli squali dell’economia e dell’ultracapitalismo,all’emulazione dei piccoli faccendieri di casa nostra,alla competizione nella disonestà. La società è dominata da piccole volpi assassine. E chi non si piega non vede nemmeno riconosciuto il proprio coraggio. Non avrà medaglie né attestati: piuttosto,  la riprovazione e il disprezzo per la sua “incapacità “.

Tranne che nell’arte. L’unica dimensione in grado di ristabilire i ruoli, e non per  subordinazione della poesia a categorie morali,ma per la stessa natura ideale di una rappresentazione, che parla al sentimento, alle emozioni, alla capacità di identificazione: e quest’ultima ci attrae verso le vittime incolpevoli, ci fa  distanziare dagli aguzzini. In un dramma, antico di un secolo, si coglie l’amaro fiele; ma anche l’umanità superiore di chi rifiuta quel mondo e si accampa ,solo e misconosciuto, con la sua integrità. E se usiamo la metafora del regno  animale, d’antica radice esopica,tuttavia ben sappiamo che è l’uomo -certi uomini-l’unica creatura a saper ordire gli artifici più elaborati. Ma è sempre l’uomo-certi uomini-a saper rifiutare l’omologazione nella morte della coscienza. Anche se ne esce sconfitto. Apparentemente sconfitto.