Nihil sub luna novum…

- Discorsi sulla soglia

“Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà, non c’è niente di nuovo sotto il sole” (Ecclesiaste).
La saggezza senza tempo dei testi sacri. E l’amarezza. Da 50 anni, celebriamo il trionfo dell’umanità: la nostra luna raggiunta. E, in quest’ultimo anniversario, si è riaccesa una scintilla dell’antico entusiasmo, di quel luglio vecchio di mezzo secolo, in cui tutto il mondo progredito, e già coinvolto nelle fanfare mediatiche, ha assistito al primo allunaggio, anzi, vi ha partecipato “fisicamente “. È vero, sono state ore esaltanti. I più giovani vi leggono oggi, senza emozione, una pagina di storia ormai scontata, mummificata nei libri di testo, come uno dei tanti ingredienti del cammino vorticoso della scienza e della tecnologia: una narrazione su pagine stinte, che ripropone la retorica della scoperta del fuoco o dell’invenzione della ruota, affioranti dalla notte dei tempi per gli sbadigli distratti e la rassegnata indifferenza di scolari e studenti.
Eppure, fu una bella emozione: per noi, che credevamo di cambiare il mondo, e non solo di attingere un po’ di polvere di luna. Una vittoria nata dall’impegno e dal coraggio di tecnici e cosmonauti, che, nella splendida ricostruzione di Alberto Angela, ci è stata restituita momento per momento, con i suoi rischi, paure, persino le lacune di una progettazione complessa e delicatissima. E Armstrong piantava una “bandiera senza vento “, come avrebbe cantato Sergio Endrigo. E là, su quel suolo desertico e accidentato, lasciava il messaggio di “uomini venuti in pace dal pianeta terra”. Provammo un infinito stupore alla vista di quel luogo intatto eppure quasi immateriale, come fossimo agli albori della Creazione: tornava a noi (come è stato detto) l’ingenua fascinazione di Adamo, dell’animo che tutto assorbiva, con avidità di scoperta e gioia di possesso. Forse, anche un’inconfessata delusione, come sempre s’ insinua nell’avvenuta conquista, laddove la limitata realtà sminuisce il mistero avvolgente dell’ignoto. “Il sogno è l’infinita ombra del vero “, riconosce l’Alexandros pascoliano, nel suo inquieto procedere verso l’indistinto, e la morte.
Quel luogo, per il vero, appariva gelido e ostile, privo di seduzione estetica, se non quella, tutta cerebrale, della meta preparata dal lavorio senza sosta della logica e dei calcoli umani. Certo,ben altro dalla luna dei poeti: quella dolcissima di Saffo;la “giovinetta immortal”, a cui Leopardi levava il suo altissimo canto e l’accorata preghiera di una impossibile risposta al senso del Tutto…
Era la realtà, contrapposta al sogno visionario.
“Un grande passo per l’umanità “: nella frase, preconfezionata, di Armstrong c’è la legittima consapevolezza di un momento unico, dilatato nell’orgoglio patriottico dell’America e nella rivalsa sullo stato sovietico, ma anche percepito come inizio di una nuova era da tutto l’Occidente, e non solo.
Era la conclusione fastosa di quel decennio, che aveva spalancato un mondo di promesse:I Kennedy (J.F.K.aveva assunto il solenne impegno della straordinaria impresa), le rivoluzioni libertarie del ’68 in Europa, e, su tutto, l’ascesa economica sorprendente, accompagnata da un’ottimistica fede in un progresso infinito. Mi chiedo adesso, tramontato da tempo quel decennio neoilluminista, se non sia stata una delle tante illusioni cicliche della Storia. Il fato ha voluto – non so quanto benignamente – che sperimentassimo questo mezzo secolo, misurando appieno la caduta degli dei: della auspicata fantasia al potere, della libertà ed equità sociale, della pacificazione. Oggi,l’orologio della Storia sembra girare in senso opposto. Anzi, le mirabolanti invenzioni tecnologiche, il surreale progredire del settore telematico scandiscono l’automatizzarsi della vita, l’atomizzarsi della società, in cui ogni individuo è impenetrabile all’altro, straniero anche a sé stesso. Paradossalmente, il settore dall’inarrestabile ascesa è quello che ci rende simili alle macchine; che plasma la psiche fin dall’infanzia, frantumandola in mille applicazioni informatiche dai nomi indecifrabili, assorbendola nei meccanismi inaridenti di un computer, anestetizzandola e prosciugandola emotivamente. L’incapacità di immedesimazione empatica e persino di comunicazione razionale è l’oggettiva odierna realtà. A livello quotidiano, come nella dimensione della politica internazionale.
No, nulla di nuovo sotto la luna.
Vanificata la promessa insita in quell’approdo al Mare della Tranquillità, la condanna dell’uomo all’odio e alla solitudine proietta un’ombra di scherno feroce sull’esultanza di quella notte lunare, restituendoci come ectoplasmi quella bandiera irrigidita, senza respiro di vento, e quel mondo limbico, in cui due astronauti robotizzati saltellano grottescamente, in un grigiore onirico. E un sogno inquietante appare ora quell’impresa, che pure fu, oggettivamente, straordinaria.
Niente di nuovo, di grande, sotto la fredda luce della luna. Che appare, anzi, immiserita rispetto all’aura di sacrale bellezza, che l’avvolgeva prima che la scienza ne mostrasse l’aridità; e del sogno antico della fantasia, della vergine dea sorella di Febo, svelasse l’ineluttabile illusorietà. La rievocazione di quell’avventura ha trasmesso a noi, ormai vecchi custodi della Storia, l’esatta portata di un fallimento, etico e spirituale. Perché l’intelligenza logica può essersi ingigantita, ma l’animo non ha mai imparato ad affrancarsi dalle pulsioni e dal cuore di Caino.