“Ma l’uomo grida dovunque la sorte d’una patria ” S.Quasimodo.
Questa è terra crudele. Eppure, il mare fascinatorio, il cielo sconfinatamente limpido, i monti punteggiati, a sera, di mille lucciole, quasi firmamento rovesciato; i profumi dell’erba nostra e delle fioriture selvatiche, il sogno fiabesco dei nostri tramonti:tutto invita a restare. E gli affetti, così radicati, vincolanti, rassicuranti, di una Sicilia traboccante di sentimento, prodiga di emozioni. Il cuore siciliano, geneticamente incline alle passioni, refrattario alla superficialità mordi e fuggi: votato alla dedizione totalizzante, nell’amore e nell’odio, nella vita e nella morte. L’aria stessa che respiri dall’infanzia ti imprigiona dolcemente in queste catene emotive, impregna il corpo e l’anima di questa ineluttabile appartenenza.
Ma devi lasciarla, ragazzo. E, forse, non sei più nemmeno ragazzo…Perché c’è il deserto lavorativo, perché il tuo talento, le tue splendide energie, la tua voglia di fare, i tuoi studi di una vita, qui, non hanno risposta. Partire. Come i nonni. Senza più la valigia di cartone, gli abiti rattoppati, le scarpe bucate, la coppola: oggi, avrai lo smartphone e vestirai magari con un certo gusto; ma nel bagaglio chiuderai ugualmente lo strappo di una ingiustizia che ha radici lontane, nella storia infinita della nostra isola. Certo, chi insegue un sogno ambizioso, chi ha negli occhi il brillio di una carriera, forse, non teme lo sradicamento. Ma i più serrano in cuore l’angoscia dell’ignoto, anche se si piegano alla prospettiva di una destinazione lavorativa accettabile. Ogni migrazione è un espatrio. Dai tempi lontani dell’unità d’Italia, il Sud è stato orfano. E non solo materialmente. Privato di quelle politiche che avrebbero dovuto farlo sbocciare, fiorire, confermarlo quel mondo meraviglioso che era in nuce. Eppure, si parla con disprezzo di un costume “vittimistico”: quasi fosse compiacimento o colpa il dolore dell’abbandono, che scontiamo ogni giorno.” Lamento per il Sud”, intitolava Quasimodo un suo canto di pena e denuncia. Ebbene sì, il Sud è stanco. E vorrei fosse indignato. Della sofferenza che si perpetua, in un esilio obbligato. Se nel III millennio i giovani devono provare ancora la lacerazione del distacco, se la migrazione interna,retaggio protonovecentesco (o quella estera), continua a corrodere la nostra Terra, questo significa fallimento. Di una politica antica, prona agli interessi di certi ceti sociali; di tanti politicanti, anche siciliani, votati ai calcoli del proprio “particulare”, traditori della propria gente. E paghiamo questa incuria e frode continuata sulla pelle dei nostri ragazzi. Forse, alcuni ce la faranno, metteranno lentamente radici altrove: ma il loro cuore non sarà più lo stesso. Non è gretto attaccamento al luogo d’origine, né “bamboccioneria”, né viltà: è l’implicito senso di ingiustizia, di violenza psicologica, subìto. Perche’ il senso dell’esilio sta in quel lasciare “ogni cosa diletta più caramente”, almeno in chi si è alimentato da sempre delle piccole grandi cose che la famiglia, gli amici, la quotidianità gli donavano.
E la Sicilia resta deprivata, sconfitta. Piangono silenziosamente i suoi antichi dei, dimenticati, violati nella loro luminosa bellezza. Desolato, sussurra il mare, onda su onda, la sua canzone d’abbandono. Il nostro sole, per turisti facoltosi: dal Nord e dall’estero si riversano a sciami nelle località più decantate, per poi lamentare la lacunosa gestione, che ha appannato i loro progetti di vacanza lussuosa. Il nostro mare, il nostro cielo non ci appartengono, se dobbiamo strapparceli dal cuore, per cercare altrove la dignità di un lavoro. So bene che nell’era globale dovremmo sentirci cittadini del mondo. Ma questo slancio d’avventura ha senso se lo si vuole, lo si cerca per ampliare i confini conoscitivi, per avidità di esperienze fruttuose. Altrimenti, è la globalizzazione della sofferenza. Partire per necessità materiali non ha nulla di poetico, non è nutrimento della mente e dello spirito. È semplice negazione di un diritto sacrosanto: quello di riconoscersi parte della propria madre terra. E’ il crimine perpetrato sui nuovi migranti del Sud, quello di cui ancora oggi dobbiamo accusare la gestione pubblica, che ci ha accantonati come Sicilia, per citarci solo in altisonanti discorsi, promettendo mirabilia, mentre la nostra isola viene desertificata dei suoi talenti migliori, dell’entusiasmo e della carica vitale di tanti figli; espropriata di chi poteva farla risorgere, e deve invece allontanarsi,con la morte nel cuore. Che questo dolore pesi sulla residuale coscienza dei responsabili antichi e recenti.
Dedicato a quei giovani, che si sradicano dal loro mondo, in cerca di lavoro. Che non vi sia troppo grave l’assenza, l’incertezza del nuovo. Che possiate realizzarvi e magari tornare. Perché la nostra Terra è stata maledetta dal Potere, ma vi si respira ancora il sorriso degli antichi dei, che la elessero a dimora, e alle umane generazioni la affidarono, perché,da lei, attingessero il senso della propria vita.














