Oriana, staffetta di libertà

- Discorsi sulla soglia

Giugno è un mese fatato. Toccato dalle stregonerie buone e da magie di dolore. Era giunto alla metà del suo corso, quando ha scelto di ferire con una mancanza: portandosi via il Maestro Zeffirelli, artista raffinatissimo e geniale, innamorato della Bellezza, che perseguiva con strenuo perfezionismo e autentico slancio del cuore. Dono crudele questo di giugno, eppure ineluttabile.

A giugno, per quella casualità che si colora di destino, era nata Oriana Fallaci. Era il 1929. Due Fiorentini, tra i giganti dell’arte che la Città  ci ha offerto, così diversi, eppure speculari nei tratti ribelli, nel coraggio dell’autonomia di pensiero, nella tensione alla libertà.

Poeta l’uno, semplicemente: perché nulla si può aggiungere a questo titolo, quando è autentico. Ma polemico e controcorrente, come uomo e intellettuale.

Una vera artista del giornalismo lei. E con una forza interiore che nasceva da lucidità della mente e audacia del cuore. Lei, che aspirava, come ogni giornalista di  talento, ad essere ricordata da scrittrice: o piuttosto “scrittore”, perché le donne che operavano nella letteratura le ricordavano troppo i romanzi rosa, i passatempi asettici e i languori di  chi, femminilmente, s’impelagava in racconti smielati in cui amore e cuore facessero rima. Oriana, antifascista convinta, che da piccola fa la staffetta partigiana per manifesti, messaggi, persino armi. Ha 14 anni. Il padre si riconosce nel movimento Giustizia e Libertà, collegato al Partito d’Azione. Il disprezzo per ogni gabbia mentale, l’odio alla dittatura in qualunque veste si ammanti, la guerra infinita a uomini e stati sinistramente intesi a conculcare il libero pensiero: questi convincimenti, queste fedi circolano da sempre nel suo sangue; pur infestato, infine, dalle cellule impazzite del cancro, dall”alieno”, che la risucchiava verso la morte. Alla libertà, Oriana innalza un’ara nel suo animo.

Entrata nel mondo del giornalismo, lo vive appassionatamente, attraversandone tutte le asperità. Con grinta inesausta e affermandosi con le sue forze, in un terreno minato in cui spadroneggiano gli uomini. Ma lo vive alla grande. Unica italiana, si reca in Vietnam, ne segue, e ne condanna, la guerra “americana”. La sua parola è affilata e tranciante. I suoi resoconti realistici e spietati. Colmi di indignazione e commozione.

Senza velami, la sua parola, anche quando intervista i potenti, e ne riporta al lettore la pochezza, lo squallore umano e i limiti, come per Kissinger. Combattente nata, ha il gene del pòlemos, che trasfonde nell’arma della scrittura. Eroina d’altri tempi, in fondo, romantica e passionale.

La sua penna, agile e affascinante, non resta mai in superficie: affermera’ che ogni sua pagina è intrisa del suo sangue; e in  effetti ogni rigo è vissuto e sofferto fino allo stremo.

Spregiudicata. Recide senza esitazioni schemi, imposizioni sociali, tabù. Sprezza orgogliosamente ogni “pruderie”.Ma di assoluta lealtà verso i valori che ritiene fondanti. Eppure, a suo modo, fragile. Perché capace di affetti: la sua famiglia d’origine, i suoi luoghi d’elezione, il bisogno d’amore. E l’amore, quando giunge, è una fregatura. Lo sa bene anche prima dell’incontro con Alekos Panagulis, il compagno di tanto peso nella sua storia. Una persona intensa è ricca, per fortuna, di contraddizioni. E Oriana lo era. Ma su un punto resterà incrollabile: la mente libera da asservimenti partitici. E subirà gli idioti provincialismi che etichettano, che relegano a destra/sinistra,che bipartiscono in guelfi e ghibellini, perché ignorano cosa sia il pensiero libero.Che non è mai prono a un partito e, anche se inclina verso una linea d’azione, ne sa leggere gli errori, sa elevarsi super partes: sa essere sé stesso sempre.Ma una mente sgombra, fuori dall’informe coro di piaggeria o velenosa faziosità, è scomoda,”strana”. E dunque è “pazza”,o deve essere  forzatamente collocata in un assetto di parte. Così ,Oriana è, prima, di sinistra , poi di destra nella ottusa opinione dei mediocri indottrinati e dei loro subdoli indottrinatori.

Tutto è stato detto su di lei.  Nelle varie gradazioni dell’ammirazione o della disapprovazione.

A me, che l’ho conosciuta attraverso i suoi libri e molti suoi articoli, e l’ho ammirata forse più come persona e giornalista, che come scrittrice, resta la sensazione, forse pretenziosa, di averla afferrata, capita. E il ricordo di aver desiderato, con emozione adolescenziale, la sua amicizia.  La porto ancora nell’anima, per la carica incrollabile del suo mondo intellettuale e sentimentale, per le tante luci e ombre che me la restituiscono come punto di riferimento. Un giorno lontano, le scrissi una lettera, consapevole della illusorietà del gesto. Mai inviata, ovviamente, né avrei saputo dove. Ma nasceva dalla desolante aridità che sembrava sopraffare ogni cosa: e lei, l’Oriana, era l’antidoto. Ciò che deve essere una donna. Una forza incoercibile contro la palude sociale, che rischia di inghiottire ogni slancio ideale,sia pure contro i mulini a vento. Oriana, nella sua parola sferzante, a cui era sottesa la forza del sentimento, persino la tenerezza, al di là di ogni apparenza. E che, sulla propria pelle, testimoniava il coraggio della libertà: restandone  sempre la staffetta e, insieme, l’alfiere.