Cos’è una relazione? Come si costruisce? Come bisogna prendersene cura?
Spiegarlo agli adolescenti diventa sempre più complicato. La progettualità dei legami come anche le amicizie storiche sembrano ormai appartenere ad un passato che puzza già di naftalina.
Di questi tempi i “nuovi giovani” – vengono allevati e addestrati a suon di Gigabyte, risultato: la richiesta di “alfabetizzazione emotiva” da parte delle scuole, delle famiglie e della comunità in generale aumenta a dismisura. Il coinvolgimento degli psicologi esperti dell’età evolutiva diventa spesso l’unica strada per portare a termine il processo di desensibilizzazione al virtuale ed educazione al concreto, detta in parole semplici, per staccarli da quei monitor.
Ma come può un essere umano perdere un’inclinazione naturale? Alienarsi? Addirittura perdersi? Come possiamo permetterci il lusso di respingere il desiderio di trasmettere ai nostri figli che ogni relazione parte dagli occhi, dalle mani, dalla voce, dall’odore dell’altro?
La psicologia ingenua dei genitori è stata per secoli un trampolino di lancio verso la ricerca della propria identità, verso l’autodeterminazione, ma soprattutto verso la libertà di sperimentare la gioia, il dolore, il senso di colpa; tutte premesse di una evoluzione funzionale ed adattiva.
Dove sono finite le liti tra genitori e figli? Gli scontri generazionali? Il tentativo di ribellione misto alla paura di trasgredire alle regole? A proposito, dove sono finite le regole?
I ragazzi hanno bisogno di contenimento, sentono la necessità di sperimentare i No e la disapprovazione. Perchè sono proprio questi si e no, questi permessi e dinieghi, queste approvazioni e censure che permettono ai genitori di aiutare la neurofisiologia nello sviluppo del carattere dei propri ragazzi. Da sempre noi siamo il frutto delle nostre esperienze, prime fra tutte quelle endofamiliari.
La voglia di comunicare, imparare a fidarsi, dialogare, trovare il coraggio di aprirsi con i genitori e con i pari – sensazioni tipiche di quando eravamo noi gli adolescenti – si sono trasformate nella paura di ascoltare empaticamente ciò che nostro figlio sta cercando di dirci, nella difficoltà di trovare una soluzione condivisa al problema, nell’ assunzione di responsabilità e di ruoli. Ciò che caratterizza le giovani coppie di genitori, talvolta, è la mancanza di determinazione, di coraggio, di tempo.
I ragazzi ci comunicano nei modi più bizzarri che hanno bisogno di noi. Per citare il professor Galimberti, i ragazzi “non sono più in grado di reggere il dolore perché non lo hanno mai conosciuto”, e dunque “far reggere il dolore” ed altre esplosioni emotive diventa un arduo compito, frustrante, quasi impossibile da assumere in autonomia. Proteggere i figli dal dolore e dalla frustrazione è un tentativo di salvaguardare noi stessi, di non sconvolgere gli equilibri ma il compito principale della famiglia è quello di ridefinirsi costantemente, di riscoprirsi. Troppo comodo così! Siamo talmente abituati a stare sdraiati nel comodo divano della rinuncia di educare, della delega a far educare i nostri figli da altri che la nostra empatia ormai ha le piaghe da decubito.
I nostri nuovi adolescenti non fanno più esperienza delle sfumature emotive, sono incapaci di narrare i vissuti, di costruire la propria storia personale, rinchiusi come sono all’interno di una realtà personale colma di solitudine. Chiedono aiuto attraverso i silenzi e il ritiro oppure attraverso l’aggressività etero ed auto diretta. La decodifica degli sguardi, il significato dei gesti diventa incomprensibile, da qui la necessità della reazione aggressiva preventiva. L’acting è lo strumento per eccellenza, in classe, con l’autorità, in famiglia. Il ragazzo non è ribelle, monello, discolo, eccessivamente vivace, no! Il ragazzo è abbandonato a se stesso, ci sta dicendo che ha urgente bisogno di noi, del tempo che gli abbiamo promesso implicitamente mettendolo al mondo. Quel tempo va sottratto ai nostri social, alle nostre estetiste, ai nostri selfie. Ricordate quando rimanevamo qualche minuto in più sulla macchina davanti scuola perché papà stava finendo di raccontarci qualcosa? Credete che il nostro papà non avesse impegni? Si, certo che li aveva! Ma il tempo con noi valeva di più.
Una premessa neurobiologica va certamente fatta: alcune aree del cervello dell’adolescente devono ancora finire di svilupparsi, ad esempio la corteccia prefrontale, responsabile dell’inibizione di comportamenti impulsivi e irruenti, oppure il sistema limbico, al centro del funzionamento emotivo e della regolazione emozionale che in questa fase è ancora molto sensibile ed eccitabile. Con ogni evidenza, non possiamo prescindere dalla temporanea difficoltà di natura neurobiologica che rende complicata la gestione e la verbalizzazione delle emozioni.
Ma la competenza emotiva, più in generale, è un bagaglio assai complesso che si origina sin dal concepimento anche attraverso processi di esposizione al contesto che si intersecano con le caratteristiche temperamentali. Bisogna sperimentare la vita, e oggi purtroppo si fa sempre meno.
Qualcuno sosteneva che l’esistenza emotiva dell’uomo ha inizio con l’essere pensati da chi ci genera. Cosa accade dunque? Perché ad un certo punto le emozioni tardano ad essere riconosciute, etichettate, manifestate o peggio ancora non riscontrate nell’altro che abbiamo di fronte?
I muri virtuali che utilizziamo giornalmente, ad esempio, ci impediscono di mostrare il nostro mondo interno, riconoscerlo nelle persone che abbiamo a fianco ma peggio ancora non ci permettono più di fare da modello adeguato ai nostri figli.
Quante volte abbiamo ascoltato l’altro con il cellulare in mano, mentre ci occupavamo di rispondere a qualche richiesta “urgente” su whatsapp o davanti al pc con la premura di ultimare un lavoro?
Quante volte abbiamo provato un senso di impotenza di fronte ad un’incomprensione mal gestita sui social? É cosi che in qualche momento abbiamo fatto sentire i nostri giovani, degni di poca attenzione.
Ecco che la qualità dello scambio assume un’importanza secondaria, l’argomento non viene percepito come degno di interesse, i nuovi giovani imparano che tutto può essere gestito attraverso una tastiera, persino la nascita di nuovi rapporti. E’ rassicurante, è più semplice! Dietro un muro virtuale non sudano le mani, il cuore batte meno, non balbettiamo, organizziamo meglio i pensieri, dietro uno schermo non si arrossisce. Tutte le reazioni neurovegetative che ci permettono di fare esperienza del nostro essere sono ovattate, contenute, e ciò che non viene più controllata è l’idealizzazione dell’altro: non lo incontriamo ma ce lo raccontiamo. Non lo viviamo, ci basta visualizzarlo.
La costruzione di significati senza che questi siano legati ad un’esperienza concreta è un processo bizzarro e narcisistico. É bene chiedersi se stiamo allenando futuri disturbi di personalità o se siamo ancora nelle condizioni di aprirci alla domanda di chi ci sta accanto. Ogni momento della nostra quotidianità è utile per instaurare energie positive. Spostarsi sulla prospettiva del sentire altrui può migliorare la qualità del rapporto che, nel caso di genitori e figli dovrà sempre rimanere asimmetrico per essere funzionale, non servono amici genitori, servono semplicemente Genitori. Il bisogno di specchiarsi nell’anima di chi genera è un diritto dei figli che va soddisfatto, essere da contenitore e modello per le nuove generazioni vuol dire prevenire future nevrosi, preparare alle difficoltà, mantenere gli equilibri.
Mi congedo con una riflessione di Umberto Galimberti: “la mancanza di un futuro come promessa priva genitori e insegnanti dell’autorità di indicare la strada. Tra adolescenti e adulti si instaura allora un rapporto contrattualistico, per effetto del quale genitori e insegnanti si sentono continuamente tenuti a giustificare le loro scelte nei confronti del giovane, che accetta o meno ciò che gli viene proposto in un rapporto egualitario. Ma la relazione tra giovani e adulti non è simmetrica, e trattare l’adolescente come proprio pari significa non contenerlo e soprattutto lasciarlo solo di fronte alle proprie pulsioni e all’ansia che ne deriva.”














