Aveva ascoltato il loro canto, un tempo. Era l’eterna sete di conoscenza che gli bruciava dentro. Aveva rafforzato la sua mente, indurito il suo cuore, per sottrarsi alla seduzione malefica di quella insinuante, sovrumana musica di morte. Ma la curiositas circolava nel suo corpo, divenutane linfa e sangue. Il bisogno incoercibile di spingersi oltre, possedere il segreto del mondo. Penetrare il mistero, disvelarlo, elevare sé stesso sulla natura delle cose… Sarebbe svanito, allora, il fascino dell’occulto; ma è completezza il possesso intellettuale delle leggi o dei meccanismi casuali, in cui consiste la realtà. Gigante, è colui che sa. Si alzò a fatica dal sedile di pietra Ulisse. Una profonda tristezza gli stava aggrovigliata dentro: era il suo nuovo nemico, forse l’ultimo aspetto assunto dal suo antico persecutore, Posèidon. Aveva preso, ora, il volto di Cronos. Il Tempo, che aveva scavato il suo viso, indebolito i muscoli, corroso le sue ossa. Ma non riusciva a spegnere la luce del suo sguardo. Azzurri, come il mare che aveva un tempo sfidato, i suoi occhi puntavano ancora, fermi e limpidi, sull’Oltre. Era vecchio, Ulisse. “Io e li compagni eravam vecchi e tardi…”avrebbe cantato Qualcuno, più in là, nei secoli. Ma lui non voleva,non poteva rassegnarsi a morire dentro. Comprimere lo slancio a nuove mete: questo è morire, prima ancora della definitiva condanna all’annientamento fisico. Si levò deciso, appoggiandosi al nodoso bastone ricurvo. I pochi amici, fratelli d’avventura e sofferenza, si accostarono.”Partiamo”, disse. E gli fecero eco i vecchi fratelli, con voce arrochita dal tempo e membra infiacchite dal morbo ineluttabile della senescenza. Ma anche in loro brillava,nello sguardo, l’antica luce:della fede nel maestro e condottiero, del desiderio di cimentarsi ancora. Sulla vecchia barca, non c’erano vane parole; nulla, oltre i secchi comandi, che disegnavano gesti ben noti, indirizzavano, con sapiente maestria, l’arte antica della navigazione. Nessuno chiedeva quale fosse la nuova meta. In tutti era la consapevolezza che solo nel rimettersi in gioco, nella navigazione indefinita, c’era senso. Il senso della vita. Quanto più era vicina la fine di tutto, tanto maggiore era l’identificarsi con quell’avventura di conoscenza, in cui avevano sempre riconosciuto la loro ragion d’essere. Continuare, anche adesso che incombeva, fatale, la logica della morte. Avevano udito dai loro padri, e dai padri dei padri,che un vecchio s’aggrappa alla vita,spesso, con più disperazione di un giovane cuore. E l’avevano giudicato assurdo, da giovani uomini, quando il vigore del corpo e l’irrequietezza della mente davano estraneità e lontananza alla vecchiaia: quasi risibile e patetico suonava questo estremo rigurgito vitale, presente in chi avrebbe dovuto staccarsi, saggiamente e per naturale processo biologico, dalle trame della esistenza. Ma ora sapevano. Gli avi avevano trasmesso una verità, dalla notte dei tempi. E l’entusiasmo con cui si tuffavano in questa straordinaria avventura del mare era una prova di ribellione, una testarda resistenza alla morte. Era un ultimo, incoercibile, inno alla vita. Partirono, dunque. “A questa tanto picciola vigilia/d’i nostri sensi ch’ è del rimanente/non vogliate negar l’esperienza…”Sapevano che Qualcuno, oltre le nebbie dei secoli, avrebbe capito la loro voglia di sfidare,ancora, sempre, la vita. E s’addentrarono nell’ignoto,stupiti e ammirati d’ogni costa che avvistassero,d’ogni luce e colore: su nel cielo,un disegno di nuvole che si componeva in figure sempre nuove,e l’odore del vento e il suono del mare suggerivano favole antiche. Andava la grande vecchia barca, ora dolcemente scivolando sull’onda amica, ora sobbalzando al levarsi di venti ostili, ora fermamente guidata dalla provata esperienza, ora abbandonata alla bonaccia.
Ecco il varco inaccessibile. Le colonne che vietano la conoscenza dell’oltre. Ma ha un senso arrestarsi? Non era questo, in fondo, il progetto iniziale del viaggio, mai apertamente rivelato, ma segretamente alimentato nel cuore di ognuno? Andare, senza mai fermarsi. Per carpire il segreto dell’universo, per conquistare,ancora una volta, sé stessi. La stima di sé. È l’ultima sfida, la più alta, perché consapevole, ora che la vecchiezza mostra l’approssimarsi del buio che tutto assorbirà. È, dunque, la prova più degna. E’ il canto della Sirena più ammaliatrice, modulato d’una seduzione ineffabile, che attrae con un fatale magnetismo, ignoto alle pur mille promesse della cupida giovinezza. Andiamo!Arrestarsi è tradire. L’entusiasmo è dono degli dei, scintilla d’immortalità. Ancora una volta, l’eco di una voce ignota s’insinuava negli orecchi, misterioso eppur dolce presagio di nuova epopea. Un grido di trionfo, all’unisono, si levò al cielo sconfinato, rimbalzò sulle onde fino al nuovo orizzonte appena avvistato. Una terra sconosciuta, altissima e grandiosa, svettava in lontananza, fino a toccare il cielo, a perdersi tra le nubi. Il sole si rifrangeva in mille luccichii, proiettando giochi cangianti sulle coste del monte lontano. Brillìo di favola, che prometteva scoperte preziose. Ma la luce più intensa era quella dell’anima. Stava nella prova, l’orgoglio d’esser uomini. “Considerate la vostra semenza…”.
Vennero afferrati dal gorgo. Come fuscelli, travolti, risucchiati, sepolti sotto l’immenso peso delle acque. Era la fine. Ma non importava. Mentre riconoscevano la morte, possedevano già il significato della vita.”Nihil mors ad nos”, avrebbe scritto un Poeta, sfidando con la forza della mente la malattia mortale della sua anima.
Nulla è la morte, si dissero, se fino all’ultimo si coltiva, dall’uomo, l’anelito ad indagare .
Levò, allora, la Sirena un canto altissimo, che, trasmigrando per l’onde,abbracciò l’intero universo ,scosse la montagna inaccessa:s’inchinava la Natura al coraggio del vecchio Ulisse e dei suoi fratelli d’avventura e di morte. Ma non era funebre il canto:la Signora dell’oceano vibrava,nel divino corpo, d’una musica che andava narrando l’ultima odissea: il volo dell’anima. Epos ed elegia sulla volontà che non conosce sosta e, mentre assapora la morte, lancia l’ultimo grido di vittoria sulla finitezza umana. Ed un peana, ora,intonava la gloria della vecchiezza, gravata d’infermità, attossicata da tante prove,ma renitente a spegnere in sé la luce che sancisce la superiorità di un uomo sul proprio destino.














