Credo che nelle relazioni interpersonali, che più o meno inconsciamente ricerchiamo, (l’uomo è animale “politico”, ben diceva Aristotele) aspiriamo fondamentalmente a ritrovare noi stessi. O meglio, vorremmo riappropriarci di quello slancio ingenuo verso l’altro, quel fiducioso abbandono, che, dal cuore dell’infanzia, sopravvive in noi, anche se ricacciato in fondo all’io cosciente, perché sentimento infinite volte tradito. I social riflettono questo buco nero che ci divora: da qui i tanti outing, le tante non richieste confessioni. Svelamenti che non oseremmo in un banale incontro “reale” con semplici conoscenti. E sempre da qui si origina il sentenziare paludato, il cingersi di un’aureola di saggezza, perfino di santità. È il bambino deluso, ferito, arrabbiato, che riemerge dall’angolo buio in cui l’adulto, il vecchio l’hanno segregato. E si trascina occultamente questo rancore, il senso di abbandono, il bisogno di rassicurazione, tramutandoli in velata richiesta di ascolto partecipe. E’ un atteggiamento comune ad ogni fascia anagrafica, ma più insidioso nell’ “età provetta “. Sicché, nella caotica agorà virtuale, tra le sabbie mobili di una rete apparentemente amica, si attende da quasi sconosciuti l’abbraccio fraterno, il feeling appagante, la condivisione empatica: e-peggio- se ne riceve l’illusione, grazie a distratti epidermici “like “, a vieti cuoricini e improbabili fiori e libellule: dispensati da ipocriti “contatti “, che brancolano nello stesso labirinto. Pessimismo, il mio? Piuttosto, vicinanza. E umile tentativo di comprendere, di afferrare le motivazioni per cui presentiamo sui social un io enfatizzato, nel bene e nel male. O perché ci affidiamo, un po’ narcisi un po’ Peter Pan, alle parole che dovrebbero renderci “interessanti”… I “piccoli poveri uomini feroci “, di pirandelliana memoria, si mettono a nudo senza riserbo, quanto più hanno alimentato questa esigenza di approvazione. E tutti lo si fa, in misura diversa. Comodamente complice, la tastiera. È l’infanzia mai varcata, che ci frega. Con le sue insicurezze, dissonanze, aggressività, paure. Una sorta di immobilismo inconsapevole in quella magica,ma non facile, dimensione. È nostalgia inconscia: dolore di un impossibile ritorno: al conforto, alle rassicurazioni, che giungevano, allora, generose e spontanee, a placare i tumulti indistinti della fragilità. Ma le risposte di quell’epoca nascevano in famiglia, da autentico interessamento. Oggi, agli internauti del Terzo Millennio toccano artificiosi sorrisi da emoticon, smaccati complimenti da partner che non leggono nemmeno i decantati post; o, in altra direzione, aggressioni verbali e volgarità, da quei “leoni da tastiera”, che trovano finalmente una sicura via all’impunità.
E il nóstos, il ritorno alle certezze, resta, inesorabilmente, snobbato. Nessun reale approdo alla vecchia Itaca, a cui si è rimasti psichicamente inchiodati: bambini ormai invecchiati, ma mai cresciuti.














