Inizio con un sorriso. Quello di un ricordo. Quando, al liceo, il prof di Italiano, sapendomi coinvolta con passione nelle tematiche sociali, mi consigliava un libro e il titolo, rimbombando entro l’aula, riecheggiando dalle pareti e riversandosi su alunni sornioni e smaliziati, suscitava una ilarità repressa a stento e risolta in sguardi complici e risatine sommesse: “Siamo tutti assassini “. L’ironia innata della mia amica di banco, dote congenita e pericolosamente contagiosa, le faceva sussurrare battute di ingenuo cinismo su una mia “probabile ” indole criminale. Era l’epoca delle risate inconsapevoli, con cui si esorcizzava il dramma vero della vita: una sorta di rituale apotropaico, per allontanare il solo pensiero del Male.
Ma il Male, con la sua mano devastante che tutto sporca e fa a pezzi, esiste, e nessun rito adolescenziale può salvarci dall’esperienza. Negli anni, lo si vede e tocca: non ha l’iconografia canonizzata in tanti dipinti, celebri o ingenuamente popolari, ma è di una consistenza più angosciante, perché si riverbera in mille azioni ed eventi reali.
L’uomo non ha bisogno del diavolo, diceva Sciascia in “Todo modo”, o perlomeno lo sottintendeva.
E ora il Male puro si è rappreso in un branco di minorenni, nella indicibile tortura che hanno inflitta ad un pover’uomo fragile e scopertamente indifeso. Quel video, trasmesso impietosamente dai media, io mi rifiuto di guardarlo. Mio malgrado, sento le grida disperate, il terrore allucinato della vittima, pianto e implorazione e tentativo di dialogo, come un bimbo alla mercé di mostruosi aguzzini. Tragico assurdo di una creatura lasciata sola per anni. Dalle istituzioni, dai familiari, dal paese intero.
E loro sapevano. Non potevano ignorare. Dai genitori di ragazzi perversi e pervertiti, ai vicini, al quartiere, ai concittadini. Una inconcepibile cappa di silenzio assassino,una cupola di gelida anestesia emotiva, di pilatesca irresponsabilità è calata su un uomo malato, che aveva terrore della sua stessa ombra, che-proprio come bimbo nel buio-girava attorno a se stesso per farsi forza, cercava un appiglio, che porgeva, implorante, la mano al suo aguzzino di turno dietro una promessa di “pace”: per riceverne una beffa più abietta, nuovi colpi, ancora bastonate. Un “gioco”. E per l’aberrante diletto di ragazzini viziosi, che ingannavano l’ozio straziando un corpo malato e una mente debole, quest’uomo è morto. Nella cristallizzazione emotiva, nel vuoto morale degli altri”uomini”. La Morte, quella sì, ha avuto pietà.
E noi,che, ora, rabbrividiamo che non riusciamo a comprendere,allibiti, raggelati, noi non possiamo sentirci immuni da quello strazio di ogni norma elementare, da quel tradimento che perpetua e ingigantisce la malvagità di Caino. Né innocenti. Anche se la vergogna dell’ignavia ricopre e soffoca quel paese intero, sappiamo ormai che di estraneità colpevole, di indifferenza compiacente, si muore, nel modo più abietto.
Sì, professore, sì: siamo TUTTI assassini.
Maria Raimondo














